I Rumori di Via Silvio Pellico: intervista, recensione e streaming
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Con un uso esteso del recitato e con un amore per la psichedelia difficile da mascherare, I Rumori di via Silvio Pellico hanno pubblicato un disco omonimo che ne ha messo in evidenza creatività e lucidità. Li abbiamo intervistati.

Potete riassumere la vostra storia fin qui?

Ci conosciamo fin da piccoli e nutriamo da sempre una speciale passione per la musica. L’idea di questo disco è nata per caso qualche anno fa quando provai (Stefano) a leggere un testo su una base strumentale trovata in internet, passai la registrazione a Daniel e nacque questa idea.

(Daniel) Un po’ per la mancanza di un cantante, un po’ per la passione al genere, abbiamo optato per la recitazione dei testi, cosa che lascia anche della libertà extra nella composizione delle musiche, in fatto di tonalità e metrica.

Qual è il concept alla base del disco?

In realtà il disco non ruota attorno ad unico tema. Da parte mia (Stefano) ho voluto includere un po’ di miei testi sparsi per fare una sorta di resoconto della mia modestissima produzione. “Highgate cemetery” per esempio è stato scritto più di quindici anni fa, mentre “Prima neve in Gölem” qualche giorno prima di chiudere il disco. È anche un resoconto della nostra amicizia e infatti abbiamo incluso delle nostre esperienze di viaggio (primo giorno) l’omonina canzone che ci siamo auto-dedicati e qualche riferimento qua e là.

Nella maggior parte dei brani (Daniel) ho voluto leggere il testo, per focalizzare al meglio il tutto. Nei brani restanti, invece, ha funzionato al contrario, ho passato delle basi che mi frullavano in testa a Stefano che ha saputo abbinargli il testo in un modo che gli invidio molto. Molto fotografico.

L’ascolto dell’album dà l’impressione di un disco dagli equilibri difficili da trovare, sia per l’utilizzo intensivo del recitato, sia per la struttura, sia per le sonorità che avete utilizzato. E’ il risultato di un processo lungo oppure breve? Come sono andate le lavorazioni?

Dalla prima registrazione all’ultima sono passati circa 3 anni e probabilmente questo lasso di tempo ha influito sull’equilibrio generale del disco. Per un certo “purismo”, o comunque il non voler rimetter mano ai primi brani composti e mixati, nel disco si possono sentire molte sonorità differenti, cosa che a me non dà affatto fastidio (Daniel), ma posso capire che questo chiamiamolo effetto greatest hits possa dar fastidio. Probabilmente il prossimo lavoro verrà mixato una volta che tutti gli eventuali brani saranno registrati e appena abbozzati.

Come nasce “Randagio notturno”?

Nasce per caso. Metà del testo era stato scritto prima che nascesse l’idea di farne una canzone. Avevo iniziato a scrivere la bozza di un possibile romanzo (Stefano) e un capitolo dello stesso iniziava proprio così. Provai a leggerlo sulla base di Daniel e mi parve perfetto. Mi piaceva l’idea di partire da un disagio personale (la difficoltà a dormire per le preoccupazioni e le paure ad affrontare un nuovo giorno) per arrivare al disagio che vive l’intera società, così scrissi anche la seconda parte.

Ho voluto (Daniel) dare al brano, musicalmente parlando, un senso di “frenesia tristemente gioiosa”, c’è quell’accordo di settima maggiore che ha un suono allegro e rilassato di suo, ma ripetuto così ostinatamente… non saprei, come un sorridere per forza, una ostinazione alla felicità. Poi no, si smette di sorridere.

Potete raccontare la strumentazione principale che avete utilizzato per suonare in questo disco?

La strumentazione usata è veramente spartana e alla portata di moltissimi. Un microfono economico, una chitarra e un basso elettrici, una chitarra acustica, un multieffetto digitale, una scheda audio, un sequencer (software per la registrazione multi traccia), vari strumenti ed effetti virtuali (rigorosamente free) da usarvici al suo interno e un pc portatile. Tra l’altro piuttosto obsoleto. Stop.

Chi è o chi sono gli artisti indipendenti italiani che stimate di più in questo momento e perché?

Molti degli artisti indipendenti che oggi vengono classificati nel “pop d’autore” non li trovo una novità (Stefano). Quel genere lo faceva vent’anni fa Luca Carboni e non era un artista indipendente. Detto questo trovo invece molto interessanti le sonorità dei Fuzz Orchestra e benché non sia un suo grandissimo fan trovo che Vasco Brondi abbia trovato una sua identità artistica alquanto originale. Delle uscite recenti ho apprezzato molto il progetto Sorge di Emidio Clementi e Marco Caldera. Entrambi apprezziamo particolarmente i Verdena sia musicalmente che per l’approccio che hanno dal vivo.

Potete indicare tre brani, italiani o stranieri, che vi hanno influenzato particolarmente?

Stefano: Tom Violence dei Sonic Youth, Silvia Camagni dei Massimo Volume, Prima della Caduta dei Santo Niente.

Daniel: Whit no name degli Heroin, Ongii dei CSI, Paura del niente dei De De Lind.

I Rumori di Via Silvio Pellico traccia per traccia

rumori di via silvio pellicoDopo l’introduzione strumental-rumoristica di Tutto Ruota, ecco la title track I Rumori di Via Silvio Pellico, con un cantato/recitato che si appoggia su sonorità che sulle prime si settano su un livello minimal, ma la canzone prevede un intermezzo psichedelico visibile e importante. Del resto la psichedelia è sempre lì, a un passo, come conferma anche Resoconto, ballad elettrica e intensa.

Dopo l’intermezzo per chitarra e carillion di Farci caso, ecco il rock massimalista de I Debiti di Geordie, strumentale in accelerazione per tre quarti del pezzo, prima di un finale concitato e recitato. Breve anche Geordies Pub, concitata e ritmata dal basso. Segue la minacciosa Ho scritto domani ci incontreremo.

Poi Paolo e la sua ombra, che ha linee forti di basso e un atteggiamento iniziale quasi math rock, che sfocia poi in esplosioni di rock più aperto. Altro intermezzo, piuttosto violento, con Non Farci Caso, e si procede con la vibrante e ansiosa Randagio notturno, tra le più esplosive dell’album. Sensazioni inquiete sono alla base anche della più tranquilla ma molto elettrica Primo Giorno.

A proposito di elettricità, Highgate Cemetary la propone praticamente come unico background sonoro alla voce recitante, un sottofondo noise straniante e doloroso. Una macchina per scrivere batte ritmica all’inizio di Andarsene da casa, nuovo episodio dai toni drammatici, sottolineati dall’ingresso traumatico della chitarra.

Attimi di dolcezza e pace riempiono, un po’ a sorpresa, l’acustica Prima neve in Golem, che ha punte di intensità ma cancella per un attimo le sensazioni noise dall’orizzonte. Senza soluzione di continuità si passa a Tutto Ruota (ancora), che prosegue con le linee melodiche del brano precedente e chiude il viaggio debordando di nuovo sul lato psichedelico.

Ci sono molti elementi, musicali e letterari, alla base del disco de I Rumori di Via Silvio Pellico. Mescolati con attenzione ma anche con un pizzico di follia, danno vita a un disco dai tratti stranianti e dai bordi lacerati, che fa pensare a Massimo Volume e Teatro degli Orrori ma che mette soprattutto in evidenza una personalità di notevoli proporzioni.

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