Piccoli episodi di vita comune trattati con le caratteristiche del rock-pop di marca anglosassone: queste le caratteristiche di This doesn’t exist, nuovo lavoro dei Someday. Nati a Collegno, alle porte di Torino, riprendono fiato e forza nel 2013, il quando pubblicano l’ep Fiori in cantina (produzione artistica da Gigi Giancursi e Cristiano Lo Mele dei Perturbazione). Oggi il nuovo disco, con la produzione artistica di Paolo Messere, dieci tracce e qualche pizzico di new wave.
Someday traccia per traccia
Il disco si apre con Clean Couch, una ballata con pianoforte ma che dispone di buon ritmo e velocità, a mostrare fin da subito istinti piuttosto plastici. Le caratteristiche new wave della band, pur se temperate da una certa dolcezza di fondo, emergono meglio da Forgotten e dalla sua tensione di fondo.
Last Lesson cambia ritmo tra un passaggio e l’altro, ma mantiene velocità alte e una certa aggressività. Al contrario Shelters opta per un’immersione in zone più oscure, abbassando i battiti. Collera non smaltita emerge a brani in Waitings, tra i pezzi più acidi del disco. Ma anche Picture non scherza, da questo punto di vista: con un titolo molto “Cure” e un buon giro di basso la canzone opera sui chiariscuri, con punte di rabbia improvvisa.
Maurizio (Little Star) apre in modo sommesso ma nervoso, prima di allargare il discorso e presentare facce differenti e più determinate. Little Choices tenta un approccio più minimal, senza alzare la voce, anzi optando per sussurri che possono ricordare qualche idea di PJ Harvey, prima dell’esplosione finale.
Si recupera qualche dose di equilibrio con Jokes, che pure conta su una seconda parte piuttosto picchiata e acuminata. Il disco si chiude con Gliding, uno scivolamento quasi jazz, che esce dalla categoria “divertissement” per mostrare anche lati nascosti della band.
Buone le sensazioni trasmesse dal disco dei Someday, che pur senza prodursi in materiale esageratamente originale, riescono a regalare qualche scintillio in canzoni ben composte e ben eseguite.

