Stella Burns and the Lonesome Rabbits, “Jukebox Songs”: la recensione

Si chiama Jukebox Songs e uscirà il 13 settembre il nuovo disco di Stella Burns and the Lonesome Rabbits. Un album di cover scelte con grande attenzione, con gusto quasi collezionistico, che però non toglie passione dalla resa complessiva. Due anni dopo Stella Burns Loves You, riprendendo il concetto iniziato con il precedente album, la band utilizza un immaginario western di partenza in cui fanno confluire le più disparate influenze.

Stella Burns traccia per traccia

Si parte da Leonard Cohen, ed è un blocco di partenza piuttosto interessante. La scelta però non è scontata, e questo è un pattern che caratterizzerà sostanzialmente tutto l’album. Il brano è Bird on a Wire, resa in modo rispettoso ma senza legarsi le mani. Far from any road, di The Handsome Family, funziona a duetto con Carla Lippis/Baby Carla, e con atmosfere tex-mex di base.

Si rimane nel far west anche con Key, molto sorprendente brano tradotto da un originale b-side di Mino Reitano, composta per un film erotico del ’74. Stella Burns ha una lunga frequentazione con il lavoro di Reitano, soprattutto quello più “nascosto” e meno sanremese, tanto da aver realizzato uno spettacolo dedicato alla memoria del cantautore calabrese, con il beneplacito della vedova.

Arriva poi Lost Property, cover dei Divine Comedy, che assomma tutte le qualità melodiche, con pianoforte, cori e dolcezza sparsa a piene mani. Louie Louie è probabilmente il pezzo più popolare tra quelli scelti per il disco, figlio di una precedente esperienza, cioè una maratona dedicata a tutte le versioni del pezzo e trasmessa su Orme Radio nel 2015. La versione di Stella è piuttosto martellante ma anche sufficientemente free.

Torna il pianoforte e arrivano i Radiohead con Lucky, brano risalente a Ok Computer. Qui a sorreggere la parte melodica c’è anche un banjo in vena di virtuosismi. Pamela, di Little Tony, torna tra i confini patrii, per un brano curioso anche se un po’ interlocutorio. L’elemento western/mariachi, sempre presente nell’album, esplode in tutta la propria forza con Wash, brano dei Calexico pescato da Spoke, uscito vent’anni fa.

Si torna in Italia, definitivamente, con While the dust gets up, traduzione di La polvere si alza, scritta da Piero Ciampi nel suo periodo da emigrante e pubblicata nel ’63 su Piero Litaliano. Il disco si chiude con un’altra perla difficile da scovare, ma ripescata: La ballata di Carini, canzone in siciliano registrata da Romolo Grano e la sua orchestra e cantata da Gigi Proietti. Pubblicata nel 1975 come sigla iniziale dello sceneggiato televisivo realizzato dalla RAI L’amaro caso della baronessa di Carini, è il primo brano inciso in siciliano da Stella Burns.

Mettere nello stesso disco una cover dei Radiohead e una di Mino Reitano (ma anche Gigi Proietti e i Calexico sono un’accoppiata niente male) è già una scelta meritevole di attenzione. Se poi il lavoro è fatto con la pulizia, la cura e la vivida capacità di realizzazione che Stella Burns e amici dispiegano in questo album, allora il discorso è ancora più meritevole di ascolto.

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