Verdena, “Volevo magia”: la recensione

Era il gennaio del 2015, TRAKS non aveva neanche un anno e i Verdena si rifacevano vivi dopo un po’ con un disco diviso in due capitoli dal titolo curioso, Endkadenz. Oggi, passati sette anni e alcuni disastri planetari, si ritorna all’italiano anche per il titolo: si intitola Volevo Magia il nuovo album dei Verdena in uscita oggi 23 settembre, su etichetta Capitol Records Italy/Universal Music.

Il disco è stato anticipato dall’uscita di Chaise Longue, traccia di apertura, che è anche su YouTube con un “camera car & lyrics” video. Volevo Magia è acquistabile in versione fisica nei formati cd e doppio lp standard. Sono invece già sold out i seguenti formati: cd autografato in esclusiva per Amazon, doppio lp autografato in esclusiva per lo store Universal e doppio lp colorato e numerato in esclusiva per Discoteca Laziale.

Abbiamo anche raggiunto i tre ormai pilastri del rock alternativo italiano per una breve chiacchierata in Universal a Milano. Più ciarliero, anche se abbastanza randomico e criptico come nei testi che scrive, Alberto. Più sobri Roberta e Luca, tutti abbastanza evidentemente provati da giorni di promozione che, come è noto, non è proprio cosa che li entusiasmi. Ma si sono prestati con gentilezza e un pizzico di abnegazione a una round table che abbiamo condiviso con alcuni colleghi di altre webzine.

Alla domanda sul perché sette anni da Endkadenz, Roberta offre risposte semplici: “Perché Alberto ha partorito tre bambine (risate), io ho avuto tre bambine e loro hanno avuto dei progetti paralleli che ci hanno impegnato. Il motivo è quello: abbiamo fatto anche altro oltre a stare in studio con i Verdena”

Più articolato il discorso quando si tratta di motivare il titolo: “La magia che cerchiamo – dice Alberto – è qualsiasi, perché non ce n’è più tanta in nessun posto e inizia a farsi sempre meno magica la “situation”, quindi speriamo nell’esoterismo… Speriamo che arrivi qualcuno a salvarci e poi saremo liberi…” Risate, mentre Alberto sviene sul tavolo.

Poi ancora Roberta precisa: “Ci piaceva proprio per il fatto che il pezzo (omonimo, ndr) era un po’ anomalo per noi, un po’ diverso dalle nostre solite cose, ed è stato anche l’ultimo su cui abbiamo lavorato, perché avevamo una versione totalmente diversa di quel brano lì, che è nato in una versione molto più dilatata, con una ritmica più lenta, ma non ci convinceva, così per scherzo lo abbiamo fatto in questa versione, e alla fine abbiamo deciso di registrarla per il disco. In realtà il titolo è nato quasi alla fine. L’ultima cosa che abbiamo fatto sul disco sono stati i testi, quando abbiamo avuto tutti i testi non avevamo ancora un titolo, io avevo proposto VII ma era troppo banale, qualcuno ha proposto Volevo magia, che ci è piaciuto perché racchiudeva un po’ l’atmosfera anche delle altre canzoni”.

Ma non è finita qui, perché Alberto precisa ulteriormente: “A me ricorda sempre il lamento di un bambino, come se fosse uno che dice “mmmmh volevo magia! Volevo la caramella“. Crescere non crescere, bambini non bambini, magia forse non c’è più, io la volevo, segnato dal fatto che non c’è più… Però si va avanti comunque, si cerca di crearne comunque di nuova”.

Si incomincia a parlare del disco nel dettaglio, dibattendo un po’ sul cambiamento rispetto alle sonorità. “Secondo me – dice ancora Alberto – il disco è positivo. A livello di testi non lo so, però noi siamo sempre musicali e da questo punto di vista è forse il disco più “allegro” che abbiamo fatto e forse il meno psichedelico che abbiamo fatto. Il meno psichedelico da Requiem a questa parte”.

Personalmente chiedo qualche dettaglio in più sugli umori, dicendo che a me sembra un disco in cui si sono divertiti, che suona molto “lineare” e che mi sembra che fino a Endkadenz pensavano di avere qualcosa da dimostrare che ora non c’è più. “Può darsi. Di fatto a questo giro, qualsiasi pezzo non ci uscisse in modo naturale, perché avevamo tante idee e tanti riff, provi a mettere tutto insieme per vedere se succede qualcosa. I pezzi dove non succedeva niente li lasciavamo subito. Dicevamo: fighi eh? Però basta. Doveva essere che il pezzo usciva subito”.

Interviene Luca e amplia il concetto: “Sì c’era questa idea di spontaneità, di provare anche meno il pezzo. C’era questa idea che invece in passato provavamo meticolosamente, diecimila volte fino a raggiungere la perfezione”. “Sì certi pezzi un po’ li fai morire a studiarli troppo” completa Alberto. Questo fa pensare anche a un sacco di pezzi scartati. “Sì infatti – riprende Luca – lui ne ha trovati un po’ che sono belli ma si vede che non abbiamo trovato la chiave finale”. “Quando ci tiravamo troppo matti – dice Alberto – vuol dire che il pezzo non andava e basta”. Si dibatte anche sulla possibilità di “vendere” i riff avanzati a dieci euro l’uno.

Verdena traccia per traccia

“Che compilation/io sto in un bar”: c’è qualcosa di curioso, di ironico e di fuorviante nel brano d’apertura Chaise Longue, scelta anche come singolo. Qualche passaggio di stato in un brano molto mobile, in grado di alzare la voce a un certo punto, pur mantenendosi ancorata al giro di chitarra moderato con cui inizia. Un incontro con Dio, probabilmente in un chiringuito ai Tropici.

Ci sarebbe un ambito beatlesiano (a dispetto di qualche momento alla Elvis) suggerito dal titolo Paul e Linda, ma come sempre poi il testo prende pieghe tutte sue, mentre le sonorità svariano libere dal rockabilly al blues fino al rock sporco, energico e quasi garage. Anche qui si scorge qualche ironia nei suoni, ma è serio e appropriato il dosaggio delle sensazioni. “Cazzo vedo blu” è comunque la frase che rimane più in testa.

“Così nero appaio vero”: il brano successivo è il molto cadenzato, potentissimo e ricco di riverberi Pascolare, che parla di gregge, anche se poi il sentimento è quello della ricerca del senso. La chitarra si ritaglia un vibrante spazio finale, fiammeggiando in tutta libertà, neanche fossero i 70s.

Improvvisamente sommessa, ecco poi Certi magazine, che ha un andamento fluido ma sempre ricco di malinconia. “Mistura” è la parola che torna più spesso nel testo, come a registrare un desiderio di mescolanza (anche in modi enigmatici, tipo con il distico “Mistura d’anarchia/come un toast”. Ma in che senso un toast?)

Ma è il caso di tornare al rock and roll, pieno, vibrante e ribollente: Crystal Ball parla di estro, acido e di quel prodotto superchimico con cui le generazioni precedenti (tipo la mia) hanno giocato, probabilmente avvelenandosi per sempre. A livello di suoni il pezzo è sporchissimo, non “mima” soltanto di esserlo come un po’ da mode recenti.

Dialobik sembrerebbe un anagramma, invece è un altro soliloquio difficilmente intellegibile, in cui entrano Dio, una lei che, vuoi o non vuoi, non c’è mai, e di nuovo il gregge. Anche qui siamo di fronte a dinamiche rock, con momenti piuttosto articolati soprattutto dal punto di vista ritmico. Uno dei pezzi più curiosi e interessanti del disco.

Si rallenta una volta arrivati Sui Ghiacciai, che ha profili pensosi, ma anche psichedelici, piuttosto spiccati e articolati, alla ricerca soprattutto di accoglienza: “Collaudami/e accettami/Ma senza fine”. Finale un filo improvviso per il brano, che lascia spazio al punk/hardcore/quasi speed metal di Volevo magia, la title track proiettata a tutta velocità per gran parte del brano, salvo qualche piccola pausa subito cancellata dall’urlo profondamente rock.

Il lavoro di drumming è evidentissimo anche in Cielo Super Acceso, che però è cantata in modo molto più gentile (a parte un curioso finale in falso inglese distorto), causando contrasti generali e piccole battaglie intime.

X sempre assente assomiglia a una canzone (anti)manifesto: “Per sempre assente/io vivrò/sai è meglio così”. Flirtare con l’assenza è tipico della band, che però qui è presente con un pezzo elettrico cesellato nei dettagli, incastonato su un giro di basso profondo e liscio.

Acida e molto a stop and go, ecco poi Paladini, che ricorda qualche pezzo di Endkadenz per l’incedere, anche se nella seconda parte si mette a svariare in modo curioso. Gli “stormi in acido” si materializzano in cavalcate di chitarra particolarmente potenti, ma è anche l’invito finale a sorprendere: “Vuoi gioire con noi?”

C’è una diarchia “massimo/Messico” che può sembrare una sorprendente citazione di Vasco, all’interno di Sino a notte (D.I.), ma il processo creativo (e distruttivo) su cui si basa la canzone prevede cambi di ritmo e di atmosfera, mentre la chitarra ribolle e quasi scappa dalle mani.

Un disco particolarmente tirato e rumoroso finisce in modo molto sommesso: la profonda e ispirata Nei rami spegne le luci una a una, lascia spazio agli archi, si fa notturna, saluta e se ne va.

Il nuovo disco dei Verdena potrebbe rispondere a molte domande: ci aspettiamo da un po’ il ritorno della chitarra in pianta stabile, dopo gli anni del synth e del pop a tutto spiano. Ma come sempre il terzetto di Albino va parecchio oltre le aspettative: rimette in campo il rock sotto molte sfaccettature, gli fa comandare idee e sensazioni, non si vergogna di effetti e sporcizie, lo piazza al centro della scena e lo fa giocare come vuole lui.

Assomiglia davvero a una bella scossa, molto necessaria dopo un po’ di stagnazione creativa generale e dopo gli anni difficili che ben conosciamo. La sensazione è un po’ quella che, dopo sette anni, i Verdena siano ritornati in campo con i loro modi schivi e al contempo rumorosi per dire: tranquilli, ci siamo (ancora) noi, vi facciamo vedere come si fa, poi continuate anche da soli.

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