Giuseppe D’Alonzo: un brano scritto “di pancia”

giuseppe d'alonzo

Giuseppe D’Alonzo torna da una viaggio tra Canada e Stati Uniti e lo racconta nel suo nuovo singolo Senza un perché, disponibile su tutti i digital store.

Nella nostra ultima intervista ci avevi descritto L’ora più dolce con la parola “incontro”. Se dovessi collegare quel brano a Senza un perché, che evoluzione racconteresti del tuo percorso artistico ed emotivo?

Mi viene onestamente difficile trovare un collegamento tra i due brani. L’ora più dolce era comunque una collaborazione, brano pensato per una voce femminile a me cara. Per quanto riguarda il percorso artistico ed emotivo che mi ha condotto a questa “senza un perché” posso rivelare che è stato un brano scritto “di pancia”, è stato un voler esternare un sentimento forte che ho provato tramite un mezzo a me ben congeniale, ovvero la musica.

La chitarra acustica suonata senza plettro, come a voler soffocare le armoniche, è stata una scelta stilistica maturata a Seattle, ancor prima di suonare il brano con gli strumenti in Italia al mio rientro. In studio me l’hanno sconsigliato più volte, non trattandosi di arpeggio, ma ho voluto mantenere quella scelta, e in fase di missaggio abbiamo avuto i problemi che ci aspettavamo, ma va bene così, volevo un brano vero, sporco, che portasse l’ascoltatore in quelle dolorose strade.

Ne L’ora più dolce parlavi di empatia e dialogo tra generazioni. In Senza un perché sembra emergere invece una realtà più fragile e disillusa: cosa è cambiato nel tuo sguardo?

Sì, sono due storie assai diverse. Diciamo che la prima è una storia di pura fantasia che voleva accendere i riflettori su un dialogo generazionale che è spesso molto complesso, mentre in Senza un perché ho voluto mettere in musica e parole dei sentimenti e del disagio che ho provato nel vedere tanta sofferenza di cui nessuno sembra farsi carico. Probabilmente essere un osservatore esterno mi ha avvantaggiato da un lato, e dall’altro mi ha proiettato in quello che potrebbe accadere nel nostro amato vecchio continente impressionandomi molto.

Il viaggio tra Canada e Stati Uniti ha avuto un impatto forte sulla scrittura: c’è stato un momento preciso che ha acceso la scintilla di Senza un perché?

Sì, quando ho visto due ragazzi appoggiati uno sull’altro, piegati dal fentanyl e ho immaginato la loro storia d’amore. Due anime fragili che si sono perse senza un perché.

Avevi accennato al rischio di isolamento nella società moderna. Quanto questo tema si ritrova nelle atmosfere di Senza un perché?

Probabilmente in questo brano un po’ meno, proprio in virtù della sua genesi. Più che isolamento indicherei indifferenza; ci si muove, si vive, si lavora, si passeggia facendosi largo tra tantissimi ragazzi piegati dal fentanyl, e questo non lo posso accettare solo come un effetto collaterale di una società civilizzata, al contrario, a mio avviso è una degenerazione incontrollata, almeno negli USA.

Pensi che la musica oggi possa ancora avere un ruolo nel raccontare e magari cambiare queste realtà difficili?

Oggi più di ieri credo di sì. Questi nuovi ragazzi hanno un pensiero, evolutivamente parlando, diverso dal nostro, bisogna ascoltarli con attenzione, nella musica e nei testi, meno lirici forse ma più aderenti la realtà contemporanea.

Guardando avanti, dobbiamo aspettarci altri brani legati a esperienze di viaggio e osservazione sociale?

Amo viaggiare, quindi spero di ripartire al più presto. Sono anche un osservatore vorace, se metterò a breve qualcosa in note e parole non ve lo so ancora dire, se ne varrà la pena sicuramente.

Pagina Instagram Giuseppe D’Alzonzo

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