Luigi Porto, artista italiano ma di stanza a New York e con un universo creativo particolarmente ricco di connessioni e di vibrazioni, ha appena pubblicato il nuovo video di Sketchy Building, canzone nata in altri anni e per altri progetti, ma ora riportata alla luce con un nuovo mix. Lo abbiamo intervistato.
Che cosa è cambiato, a livello di intenzione artistica, tra la versione originale di Sketchy Building e il nuovo mix del 2026?
E’ diciamo una versione leggermente riveduta e corretta, un sassolino dalla scarpa che volevo levarmi. Tell Uric è stato concepito negli anni ma molti brani sono stati registrati e missati in pieno Covid, quindi con tutte le limitazioni del caso.
In che modo il lavoro di remix e remaster ha inciso sulla drammaturgia interna del brano?
Questa versione è un po’ piu’ “in your face” rispetto a quella del disco. Alcuni aggiustamenti minimi di arrangiamento, un paio di chitarre in più. Non che la vecchia versione del disco non mi piaccia ancora, anzi conosco persone che la preferiscono, ma questa è un’altra prospettiva rispetto al contenuto.
Il riferimento a un edificio decadente è centrale: quanto c’è di reale e quanto di costruito nella narrazione?
Si tratta di un omaggio al palazzo di Washington Heights dove ho vissuto per 10 anni (che è presente negli interni, mentre l’esterno nel video ritrae un palazzo diverso, che oggi non esiste più) ma è tutto un trucco per parlare di un concetto un po’ più psicanalitico di “building”.
La ripetizione di “I won’t be late again” assume una funzione quasi rituale: era presente fin dall’inizio o è emersa in fase di rielaborazione?
E’ un grido di pietà. Ogni tanto, come dice Nick Cave in una delle mie canzoni preferite, parlando di Giovanni Battista, bisogna cadere in ginocchio e implorare pietà.
La componente strumentale con fisarmonica e archi nasce come aggiunta o come recupero di un’idea precedente?
Esiste anche nell’originale, e l’aggiunta del tema suonato alla fisarmonica è stata una proposta di Ray Lustig, con cui in seguito fondai i Manicburg. Il brano viene da una successione di accordi e una melodia che era in origine un canone in stile quasi barocco. Si prestava moltissimo all’interpretazione con una fisarmonica che si libra sull’orchestra d’archi, quasi come una eco di un tango lontano.
Che cosa significa oggi “chiudere” davvero un brano nato in un periodo come quello della pandemia?
Più che altro chiudere i conti con quello che mi interessava dire e non avevo detto fino in fondo. Ciò che caratterizza noi piccoli indipendenti che non siamo più costretti ad aspettare il passaggio del famoso treno, in epoca moderna, è l’estrema libertà di continuare un processo e cercare di lasciare un’eredità estetica e spirituale, senza dover guardare a logiche di mercato, algoritmiche e altro. Facciamo quello che ci pare.
Se hai vent’anni, o anche trenta, sai che devi lavorare per “emergere”, magari a tratti riesci anche a farlo, ma poi potresti tornare subito sott’acqua, e dopo un po’ ti accorgi che è sott’acqua che hai maturato tutto il tuo percorso artistico, che sopravvive un pugno di persone che ti segue, ed è a loro che devi parlare.

