Sebastian Brown, “Windrose”: la recensione

Sebastian Brown

Windrose è il disco di debutto di Sebastian Brown, tra folk, blues e psichedelia in un’esperienza quasi rituale. Dietro il nome Sebastian Brown si nasconde Daniele Mattioni (Roma, 1985), musicista autodidatta e outsider per natura, che negli anni ha costruito un universo sonoro personale registrando centinaia di tracce nella sua casa nel bosco. Suonando ogni strumento, Daniele sviluppa una musica che mescola folk atavico, improvvisazione libera, derive post rock e suggestioni orientali.

I brani di Windrose nascono da lunghe improvvisazioni notturne alla chitarra acustica, successivamente espanse con voci, chitarre elettriche, basso, synth e percussioni. Il risultato è un viaggio tra visioni archetipiche, spiritualità apocrifa e allucinazione.

Ogni traccia ha come nome i punti cardinali, le direzioni della vita… che poi, se ci pensi, formano una croce, perché ognuno di noi porta una croce sulla schiena, e per trovare il nostro centro (“Windrose”) dobbiamo percorrere tutte le direzioni. È come una bilancia, che per trovare il baricentro deve oscillare in entrambi i lati e poi stabilizzarsi… capire qual è il peso della sua anima

Sebastian Brown traccia per traccia

Si parte in direzione ovest con Westwards: i suoni del desert rock si allungano in un brano d’apertura che supera i quattordici minuti mantenendo una coerenza compatta ma cambiando gli scenari lungo il percorso. Momenti tempestosi si alternano a passaggi più tranquilli, con una certa enfasi sulla chitarra ma senza portare via spazio e attenzione alla costruzione musicale complessiva.

A seguire ecco Eastwards, che parte movimentata e si fa tempestosa, con un drumming molto vivo e una chitarra in vena di suoni molto taglienti. Breve e molto malinconica, ecco poi la breve title track, Windrose, che abbassa improvvisamente luci e suoni.

Rimane su toni molto morbidi, quasi consolatori, Northwards, che però cambia rapidamente faccia e diventa più aggressiva. Si chiude puntando verso sud: Southwards torna a discorsi psichedelici, con recitati e incisi, all’interno di un percorso rituale. Ma è un percorso che prevede salti di umore improvvisi, con intermezzi brucianti e molto rapidi e una struttura quasi da suite prog. Infatti le trasformazioni proseguono e attraversano fasi magiche e scintillanti, fino a una sorta di decollo cosmico finale.

La dilatazione sciamanica delle sensazioni è alla base dei brani di inizio e fine del disco di Sebastian Brown, che invece concentra al centro del disco i pezzi più affilati. Il progetto è coerente e molto intenso. Certo, per un disco di questo genere sarebbe necessaria una pronuncia inglese impeccabile, che invece non è sempre presente.

Genere musicale: desert rock, folk, alternative

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