Senza avere la pretesa di essere enciclopedici né esaustivi, per passare agosto 2026 abbiamo deciso di raccontare, a modo nostro, e quindi con un po’ di ironia e molto rispetto, le storie relative a venti band che hanno plasmato, in modi spesso molto diversi, le sonorità e le idee dei decenni successivi. Ecco chi c’è stato #primadinoi
C’è un certo romanticismo generazionale su quello che è stata Bologna negli anni Novanta (e un po’ prima e un po’ dopo), che la dipinge come una specie di paradiso perduto per studenti, intellettuali, gente di sinistra in genere. Tutta la gente che sta sul cazzo a Meloni & meloncini, Vannacci & vannaccetti, insomma. C’erano perfino gli immigrati, figurati un po’. Poi arrivò Guazzaloca (primo sindaco di destra dopo, boh, qualche generale romano) e tutto finì.
Era il 1991, al tempo provavamo in cantina con un’attrezzatura infame, avevamo solo due vecchi amplificatori, così per poter sentire il suono dicevamo in continuazione: Massimo volume, alza al massimo volume
Ovviamente non è andata proprio così e ovviamente la memoria semplifica processi un tantino più complessi. Ma c’è un dato realistico: Bologna è stata a lungo un centro di incontro di idee e di energie. Tipo quelle che mettono in comune quattro personaggi abbastanza curiosi: Vittoria Burattini (batterista), Gabriele Ceci (chitarrista), Umberto Palazzo (chitarra e voce), Emidio “Mimì” Clementi che suona il basso, il synth, e canta. Oddio “canta”: molto presto il tratto distintivo della band che andranno a formare, e che appunto si chiamerà Massimo Volume, è che appoggiano su sonorità post punk molto abrasive parole recitate e non cantate.
Lo spoken word, di per sé, non è una novità musicale in assoluto: ci sono stati ottimi profeti del genere, tipo Gil Scott-Heron, quello di The revolution will not be televised. Però per questo genere e soprattutto per questo Paese il discorso è un po’ diverso. Ma perché Mimì recita e non canta? Perché è convinto di non saper cantare. La rivoluzione non sarà trasmessa in televisione e non sarà nemmeno cantata.
L’orrore del quotidiano
Firmano presto con un’etichetta indipendente, la Underground Records, e altrettanto presto pubblicano un disco già molto interessante e con uno stile forte e peculiare, Stanze. Ma Umberto Palazzo non arriva nemmeno fin lì: se ne va a fondare il Santo Niente, sostituito da un altro personaggio piuttosto rilevante nel mondo dell’alternative italiano, Egle Sommacal.
Arriva Lungo i bordi, pubblicato nel 1995 da Mescal, con la produzione di Fausto Rossi (Faust’O): è un disco di rottura e di riconoscimento, forse anche meno acido di Stanze, ma meglio centrato. E infatti arriva l’attenzione del pubblico, della critica e anche della Warner, che li metterà sotto contratto.
Ci sono brani a largo respiro come Il primo dio, che apre il lavoro e che rimane uno dei pezzi più significativi della band. Ci sono evoluzioni psichedeliche e allucinate come Inverno ’85, le immagini e le ripetizioni sempre più straziate di Fuoco fatuo, i narcisismi di Meglio di uno specchio, tutto il dramma che si costruisce cinematograficamente, un frame alla volta, in Pizza Express.
Le storie che racconta la voce di Clementi si muovono sempre su un crinale complicatissimo: in superficie, la normalità, perfino banale. La quotidianità in cui ci muoviamo tutti, per lo più senza pensarci. Ma appena c’è uno strappo, uno squarcio, un’apertura, ecco che cambia tutto. C’è una crepa in ogni cosa, ed è così che entra la follia: la struttura si rompe e arrivano i mostri, per lo più generati dalla mente. Già da questo punto è evidente che la scelta stilistica di recitare sia perfetta per questo tipo di testi, insinuanti e quasi lovecraftiani nell’aprire una porta sull’orrore del quotidiano.
Un’interruzione brusca
L’ultimo giorno del 1996 al Link di Bologna la band presenta Da qui, terzo album della band, in arrivo a breve. Fuori nevica fortissimo, ma dentro c’è spazio per pensieri, rabbia, aspirazioni, speranza. I ritmi si fanno piuttosto frenetici: altri cambi di formazione e un’amicizia, quella con Manuel Agnelli, che sfocerà nella collaborazione su Club Privé, che esce nel 1999. Agnelli fa i cori su quattro brani e produce, ci sono un paio di interventi di Cristina Donà, Clementi si permette, qui e là, perfino di cantare.
Il disco è sicuramente tra i più significativi della produzione della band, eppure curiosamente non si trova sugli streaming, al contrario di altri (ma si trova su YouTube). Il sound è sempre più affilato, le idee sempre più ciniche, in pezzi come seychelles ’81, Dopo che, Il giorno nasce stanco.
I giri di basso si fanno più profondi, le chitarre più taglienti, i testi entrano spesso in loop sempre più ipnotici, tesi a portare in labirinti alternativi a una realtà che spaventa sempre di più. La sensazione è che spesso Clementi decida di suggerire più che di spiegare, lasciando spazio e libertà all’ascoltatore di vagare di più con i pensieri.
Le attitudini cinematografiche della band ricevono riconoscimenti anche esterni quando Alex Infascelli propone loro la colonna sonora di Almost Blue, dal romanzo di Carlo Lucarelli, film per certi versi generazionale. Le collaborazioni al di fuori della band del resto si intensificano, il senso di appartenenza alla scena indipendente si fa più radicato ed evidente, il gruppo inizia a lavorare ai brani del disco seguente. Ed è a questo punto che si scioglie.
Pause allungate
I membri della band iniziano una diaspora che li porterà a figurare nei dischi di parecchi altri gruppi importanti del periodo. Sarà ancora il cinema, e nella fattispecie il Museo del Cinema di Torino, a chiedere alla band di riformarsi, nel 2008, per sonorizzare Il crollo della casa Usher di Jean Epstein, tratto dal racconto di Edgar Allan Poe. La band risponde e qui e là torna anche a suonare dal vivo, come nel 2008 a supporto di Manuel Agnelli e Patti Smith per il Traffic Festival. Ripartono anche in tour, suonando anche all’estero.
E finiscono per pubblicare un disco, Cattive abitudini, pubblicato da La Tempesta, che riporta tutti indietro di dieci anni, forse anche di più: i brani risuonano anche più vicini a quelli dei primi album. Con, però, più consapevolezza, più voglia di raccontare le cose mentre stanno accadendo. E disillusione. Ma quella c’era sempre stata.
Pezzi come Fausto (“scuoti i tuoi angeli drogati, Fausto!“), dedicata all’omonimo ex produttore, oppure Le nostre ore contate, che celebra in modo obliquo l’amicizia con Agnelli, fanno riferimento a episodi più personali e autobiografici, trasformandoli comunque in esperienze allucinate. Le chitarre si abbeverano del sound dello shoegaze, proseguendo una scia di post rock che non si è mai interrotta.
Pubblicano anche uno split ep con i Bachi da Pietra di Succi e Dorella, poi ripartono per progetti individuali, prima di riprendere il filo con un nuovo album che esce nel 2013, Aspettando i barbari. Le attese, di lì in avanti, si allungheranno: è arrivato soltanto nel 2019 Il nuotatore, al momento ultima uscita firmata Massimo Volume.
Interruzioni brusche a parte, l’esperimento Massimo Volume è sicuramente riuscito, incastrandosi tra l’altro, sia dal punto di vista sonoro sia per quanto riguarda la proposta testuale, in una nicchia che l’indie italiano aveva lasciato scoperta. Ed è stato (forse è) un esperimento molto singolare, estremista per certi versi, emerso a sorpresa, sommerso a sorpresa, capace di manifestarsi in posti e modi sempre diversi da quelli che ci si sarebbe attesi.
Il fatto che poi la band sia stata anche una fucina di talenti che hanno sparso il loro contagio virtuoso per metà dell’indie e dell’alternative italiano è un bonus difficilmente trascurabile.
Io non ho speranze, ma credo nella cura
“privé”, Massimo Volume

