Il MEI, Meeting delle Etichette Indipendenti, compie trent’anni. L’edizione anniversario, intitolata “30 e lode!”, è prevista dal 1° al 4 ottobre, come sempre a Faenza, in provincia di Ravenna.
Ideata e coordinata fin dalla prima edizione da Giordano Sangiorgi, la manifestazione è nata come piattaforma di scouting per la nuova musica italiana indipendente ed emergente, e in tre decenni di attività è diventata uno dei più importanti osservatori sulle tendenze della scena musicale nazionale: dai suoi palchi sono passati, tra gli altri, Måneskin, Diodato ed Ermal Meta, gli unici tre artisti nella storia del Festival di Sanremo ad aver esordito proprio al MEI prima di vincere la kermesse dell’Ariston, così come Lucio Corsi, premiato due volte dal festival prima del suo successo sanremese.
In vista dell’appuntamento romagnolo, che dopo il record di presenze dello scorso anno si annuncia come una delle edizioni più ricche di sempre, Giordano Sangiorgi ha ripercorso con TRAKS la storia del MEI e i temi al centro dell’attualità musicale italiana, dal ricambio generazionale della scena indie al futuro dei piccoli concerti, fino al rapporto tra tradizione popolare e nuove sonorità urban.
Un traguardo importante
Trent’anni di MEI: quando avete iniziato, immaginavate che sareste arrivati a questo traguardo? Che cosa significa oggi celebrare trent’anni di attività?
Direi che, ovviamente, quando avevamo iniziato non ce lo saremmo mai aspettati. È un traguardo che siamo riusciti a raggiungere sicuramente grazie al pubblico, agli artisti, alle etichette, ai festival e alle piccole realtà musicali che ci hanno sempre sostenuto e hanno sempre creduto in questa manifestazione.
Il MEI ha al centro proprio l’innovazione e dà spazio, per il 99% dei suoi palchi, a nuovi artisti ed esordienti emergenti che provengono da tutta Italia, proposti dai festival e dai contest. È una grande soddisfazione, perché una durata così lunga segnala che il MEI è diventato un punto di riferimento per la scena musicale italiana.
In questi trent’anni dal palco del MEI sono passati artisti che poi sono diventati protagonisti della scena italiana. Quanto conta, in questi casi, la capacità di intercettare un talento prima che arrivi al grande pubblico?
Diciamo che al MEI sono passati, prima che arrivassero al grande pubblico, tutti quegli elementi di innovazione della musica italiana che altrimenti avrebbero faticato a trovare spazio. Abbiamo avuto tantissimi artisti sconosciuti o addirittura al loro esordio.
Ne cito tre: i Måneskin, Diodato ed Ermal Meta, che hanno esordito qui e poi hanno vinto Sanremo. I Måneskin, tra l’altro, hanno fatto una carriera ancora più importante. Ma ce ne sono tantissimi altri. L’ultimo che mi piace citare è Lucio Corsi, che abbiamo premiato pochi mesi prima che esplodesse e diventasse, per fortuna, un fenomeno popolare a Sanremo.
Uno spartiacque
Quest’anno si celebrano anche i 10 anni de “La fine dei vent’anni” di Motta, album ha segnato una stagione importante per l’indie italiano. Che cosa rappresentava quella scena nel 2016 e che cosa è rimasto di quel movimento dieci anni dopo?
In quel periodo è arrivata l’ondata neoindie, con Calcutta e altri nomi che si distanziavano dall’indie rock alternative che si era fatto fino a quel momento, oppure dal rap dei centri sociali, che era l’altro filone che aveva segnato gli anni Novanta e rinnovato la scena musicale italiana. Motta ha fatto un disco alla fine dei suoi vent’anni che celebreremo, quindi parleremo della fine dei trent’anni, perché è stato anche quello un disco che ha segnato uno spartiacque, un po’ come, nell’ambito cantautorale, dieci anni prima avevano fatto Le luci della centrale elettrica con Vasco Brondi.
Oggi, però, il termine “indie” sembra indicare qualcosa di molto diverso rispetto a dieci anni fa. Che cosa è cambiato nella scena e quali spazi restano per gli artisti indipendenti?
Ma secondo me oggi probabilmente c’è ancora di più. Con la concentrazione dei monopoli musicali a livello globale, delle piattaforme digitali, delle agenzie live e dei centri media, c’è sempre meno spazio.
Oggi abbiamo una nuova ondata di cantautorato femminile indie e tante altre artiste che abbiamo premiato al MEI agli inizi, proprio agli esordi della loro carriera, e che provengono da questo filone. È quindi un movimento ancora vitale, anche se ovviamente in modo diverso, ed è cambiato. E questo, secondo me, è un segno della sua vitalità.
Il tema è che c’è una grande vitalità in basso, poi, quando si arriva in alto, c’è un tappo che impedisce a queste grandi artiste di esplodere. Sono tutte artiste che meriterebbero Sanremo tranquillamente, perché rappresentano la nuova scena musicale italiana, ma difficilmente arriveranno al Sanremo di De Martino.
Questione di numeri
Il Superstage del MEI ha raccolto 650 iscrizioni, e sommando gli altri contest siete arrivati a 1.250 giovani artisti. Che cosa raccontano questi numeri sulla musica che sta nascendo oggi?
Intanto abbiamo fatto la somma anche degli altri contest che abbiamo organizzato, da quello dedicato a Bruno Lauzi a quello dedicato a San Francesco, passando per il Meeting Music Contest di Bologna Rock e altri ancora: siamo arrivati a 1.250 giovani artisti, esordienti, emergenti, indipendenti e non noti che ci hanno scritto.
Questo significa, innanzitutto, che c’è una grandissima vitalità che cerca di contrastare, con le proprie creazioni, l’arrivo dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi, che immaginano musiche innovative e complesse, magari testi difficili o soluzioni musicali complicate. C’è quindi una grande voglia di farsi ascoltare.
Dall’altro lato, quello che abbiamo scoperto è una qualità indiscussa. Abbiamo fatto fatica a fare le selezioni, ogni volta che dovevamo scegliere uno o più vincitori o finalisti. La vincitrice del MEI Superstage, Biancamare, cantautrice siciliana, è veramente straordinaria e invito ad andare ad ascoltarla.
Abbiamo fatto anche le selezioni per i brani dedicati agli 800 anni dalla scomparsa di San Francesco, un tema non immediatamente facile da affrontare in un’epoca come questa, in cui la canzonetta usa e getta dura due minuti. Abbiamo ricevuto 150 brani, dei quali almeno 40 o 50 erano veramente belli, e i dieci finalisti sono tutti molto bravi. Invito, per esempio, ad ascoltare proprio questi dieci finalisti, perché meritano tutti.
Al Premio Lauzi abbiamo poi scoperto dei rapper che rielaborano Lauzi in modo aggiornato, innovativo, straordinario. Quindi c’è una grandissima creatività. E poi c’è un altro tema: la metà, forse più, di quelli che si iscrivono ai nostri contest sono band, che attualmente sono emarginate e penalizzate dal mercato delle multinazionali.
Si tende alla massimizzazione del profitto: l’artista singolo costa meno e si fa prima a produrlo in uno studio più piccolo, anziché gestire una band più complessa. Questa è un’altra deriva che, in qualche modo, va contrastata, e noi lo facciamo attraverso questi contest, dove molte band riescono a emergere e a vincere.
Il mercato live
Il tema del mercato torna anche quando si parla di musica dal vivo. I prezzi dei grandi concerti sono sempre più alti e questo rischia di lasciare meno spazio, anche economicamente, ai concerti nei club e nei piccoli festival. Che cosa sta succedendo al mercato live e quali conseguenze vede per la musica indipendente?
Sta succedendo che, dopo che le major hanno conquistato il 100% del mercato discografico attraverso le piattaforme digitali, come Spotify, che è un monopolista, o YouTube, si sta facendo la stessa operazione con le 30-40 grandi agenzie live presenti nel nostro Paese. Sono tutte realtà con quote straniere nelle loro società o, addirittura, filiali di agenzie multinazionali straniere, che stanno cercando di prendere il 100% anche del mercato live.
Come fanno? Puntando, ovviamente, all’elemento di un cartello che aumenta i prezzi di questi concerti. E quindi i fan, una volta che sono andati a questi concerti, non hanno più i soldi per quelli minori.
Questo è dettato dalla crisi economica e dal fatto che i club, a causa degli alti costi di gestione, fanno sempre più fatica a organizzare concerti dal vivo. Si attiva così un cortocircuito che, in realtà, danneggia, come vogliono le multinazionali del live, i concerti medi e piccoli, cercando di lasciare il mercato nelle loro mani.
L’unico modo è dire ai fan di rinunciare ad andare a questi concerti costosissimi, complicatissimi, che non sono certo a vantaggio dei fan ma di un business esagerato. Quando i costi dei biglietti sono come quelli degli Oasis, ieri abbiamo rilanciato un appello invitando a boicottare l’acquisto di quei biglietti.
Abbiamo premiato proprio questo brano, Boicotta il palazzetto, degli España Circo Este con il Duo Bucolico, che invita a tornare a valorizzare i club, i circoli, i festival, i contest, cioè quei luoghi dove si valorizza la nuova musica e dove possono trovare spazio gli esordienti e gli emergenti che raccontano cose nuove.
Dal liscio alla trap
Nel programma del MEI convivono il liscio romagnolo e i nuovi linguaggi urban e trap. Può sembrare un accostamento insolito: che cosa li mette in relazione?
Il MEI quest’anno aprirà il 1° ottobre con una serata dedicata al liscio, con il Premio Arte Tamburini, dedicato alla prima cantante che ha inciso Romagna mia su disco, nel 1954, ed era la mia vicina di casa. Questo fa capire quanto questa musica sia nel nostro DNA: era una musica che facevano tutti, la suonava mio babbo, la ballava mia mamma.
Il 2 ottobre, invece, faremo la serata urban, tutta legata ai nuovi linguaggi della trap, con tanti artisti giovani. C’è questa vicinanza perché l’altra musica, che non è solo il liscio da noi ma è il folklore, comprende la musica della taranta in Puglia, la musica napoletana tradizionale portata avanti da Eugenio Bennato e le altre musiche regionali.
Sono musiche che, secondo noi, devono essere tutelate, valorizzate e trasferite ai giovani. È nella logica delle multinazionali e delle piattaforme digitali considerarle destinate a scomparire, perché non hanno un pubblico nazionale o internazionale.
Personalmente ho fatto un’operazione, insieme alla Regione Emilia-Romagna, per avvicinare la Generazione Z al liscio, e questo ha avuto un grande riscontro, una grande adesione da parte dei giovani. Tant’è che abbiamo costituito un’orchestra che si chiama Santa Balera, che addirittura è andata due anni fa a Sanremo a omaggiare la Romagna: un’orchestra di quindici ragazzi, tutti tra i dodici e i vent’anni.
C’è quindi un ritorno, un trasferimento di questa tradizione, che ovviamente va rinnovata. Segnalo, per esempio, un brano di liscio romagnolo, il migliore che è uscito quest’anno, che si chiama Festa Figarola: è un brano scritto da Lorenzo Kruger, leader dei Nobraino, una band indipendente nota a livello nazionale, insieme al trio delle Emisurëla, un trio folk tutto al femminile, originalissimo e di grande successo qui da noi.
Questo fa capire quanto ci sia, all’interno della nostra terra, il valore della musica del nostro territorio. E questo vale per tante regioni italiane. Questa tradizione tende a essere cancellata perché non fa profitto, non fa business e, soprattutto, perché è fatta da giovani o da meno giovani che sanno suonare, comporre, leggere la musica e cantare. E sono tutte cose che oggi le major non vogliono da un artista, perché così possono teleguidarlo meglio.








