Anticipato dai singoli Le cose che voglio e Siamo pari, Finta di Niente è il nuovo album degli Amari.
“Fare finta di niente” può significare ignorare un problema oppure può diventare una forma di resistenza quotidiana: attraversare il caos conservando la capacità di stupirsi, e nel caso degli Amari, usare l’ironia per avvicinarsi alle cose più difficili da dire e trasformare ogni possibile crisi in una canzone.
Gli Amari aggiornano il loro “diario di tutte le sconfitte” ma trovando lo spazio per raccontare anche i traguardi; tra lo stupore per inedite esperienze genitoriali e nuove consapevolezze frutto di sofferti percorsi psicoanalitici i friulani continuano a sviscerare il funzionamento della vita adulta che inevitabilmente si articola in battute d’arresto e momenti di crescita.
Finta di Niente contiene dieci tracce che si muovono liberamente tra ballate crepuscolari, rap obliquo e macerie pop, batterie sospese fra campionamento e attitudine live, e un’elettronica capace di essere insieme fisica e visionaria. Ironia tagliente e disarmante tenerezza, senza mai perdere il filo: quello di uno sguardo lucido, a tratti sarcastico, sulle proprie contraddizioni, inseguendo un bisogno ostinato di continuare a immaginare il futuro.
Amari traccia per traccia
Introduzione elettronica e ipnotica per Le cose che voglio, già segnalata come singolo. Il brano acquista poi sostanza, con il cantato e un drumming rumoroso e solido. Un probabile handpan (o suoni simili) per Tutto torna, che altrettanto si muove in modo circolare, ma con ispirazioni naturali e arboricole, alle prese con metafore che risuonano nella vita mentale di ognuno.
La curiosa Siamo pari (“vendetta/ti piscio sulla bicicletta”) ha qualche caratteristica quasi hip hop, immersa però in un sound molto sognante e capace di deviazioni, mentre racconta di una personalità, come dire, un po’ particolare.
Arriva da lontano Gli atomi del mare, ma quando arriva parla di alieni, prima di esplorare discorsi sulla memoria e sul dolore. Le sonorità aprono e chiudono, seguendo il respiro del brano.
Dopo l’escursione elettronica di Bisogni, ecco Porto a spasso il cane, che esplora i pensieri animali e umani durante una passeggiata che è anche una meditazione. Arrivano poi le Locuste, apparentemente molto tranquille, ma si parla di overtourism e di Bologna, con un sax molto notturno e con sonorità liquide per un pezzo quasi jazz.
Si raccontano poi i Superstiti, in un mondo che chiede di dare tutto, così non resta più niente di sé. Una ricerca di comunanza e condivisione, su toni morbidi e un ritmo sincopato. Coda finale sempre più sotterranea, prima che riparta il ritornello, che ha qualcosa di bersaniano (nel senso di Samuele, non di Pierluigi).
Tempo di servire un Puré di scintille, che invita ad abbassare il volume per ascoltare meglio: si inseguono famigliarità e modi di fare in un percorso popolato dai bassi. Si chiude con Nelle ore di punta, che gioca un po’ con le parole, fa tornare la figura del padre, mentre insegue immagini del sogno, sempre più fantasmatiche.
Sono stati lontani così a lungo che ci si era quasi dimenticati di quanto fossero obliqui, gli Amari. Invece tornano e si scoprono perfettamente contemporanei, come se fossero sempre stati adatti per quest’epoca così difficile da capire.
Del disco colpiscono molte cose, ma soprattutto l’equilibrio nei suoni, la giusta dose di tutto, la capacità di dipingere senza sbordare mai, anche quando si scelgono modi e pennellate decisamente alternative. Delicato, intelligente, maturo: ottimo lavoro davvero.








