In rete e sui social si fa un gran parlare di Battista, rapper casertano che ha pubblicato un brano omonimo e che, grazie a questo, è diventato una sorta di fenomeno virale, di cui è obbligatorio discettare (e infatti, eccoci qua ad adempiere all’obbligo).
Il brano è evidentemente autobiografico, anzi pre-autobiografico, visto che si concentra soprattutto su quanto successo prima della sua nascita: i genitori parlano con un medico che predice al 90% una diagnosi si sindrome di Down e consiglia l’aborto. Ma i signori Parisi (questo il vero cognome di Battista) si affidano alla risposte della religione e mettono al mondo il bambino, che si rivela sano.
Il video che accompagna il brano è semplice ma ricco di pathos ed è perfetto dal punto di vista professionale: girato nella Chiesa Evangelica Emmanuele di Castel Volturno, vede Battista che tira lo straccio e intanto rappa, mentre alle sue spalle le due fasi centrali della storia (il medico che parla con i genitori e il pastore dietro il pulpito) rimangono sullo sfondo fino al finale che li mette in evidenza.
Le barre escono dalla bocca di Battista in modo costante e aggressivo, concludendo il testo con un’affermazione di personalità molto gangsta, nonostante il resto del brano non lo sia affatto.
Il video è stato pubblicato il 26 settembre dopo un’anticipazione via Instagram il giorno prima: nei primi cinque giorni ha fatto 150k visualizzazioni su YouTube (ora è oltre le 330k); su Spotify è passato da 247 a 73.300 ascoltatori mensili, anche aiutato dal fatto che Marracash, Gemitaiz, Frankie hi-nrg, Inoki, Roy Paci, Diodato, La Niña, Geolier hanno parlato bene di lui. Particolarmente significativo l’endorsement social di Roberto Saviano, che in un post ha scritto: “È nato un poeta hip hop… una preghiera ribelle”.
E in breve Il Post, Rolling Stone e Adnkronos hanno raccontato la sua vicenda, alimentando un dibattito molto serrato sia sul brano sia su ciò che la sua viralità improvvisa comporta.
Il nocciolo della questione
Come sempre quando si tocca il tema aborto, soprattutto con riferimenti a medicina e religione, la questione si fa spinosa. Se è legittimo che Battista racconti la propria storia e sostenga le proprie posizioni in merito, il rischio che il caso singolo sia elevato a esempio per dibattiti pro-life di varia natura è piuttosto elevato. E che salti fuori un Adinolfi qualsiasi ad appropriarsi del caso singolo. Ah già, Adinolfi in questo momento no, chiedo scusa.
Ma oltre alle questioni ideologiche, c’è un altro argomento sul tavolo, ed è quanto e in che misura questa operazione di lancio sia emersa in modo spontaneo e quanto invece sia stata pianificata e sostenuta.
Per fare chiarezza in merito è necessario chiarire un paio di cose in merito a Battista, che si chiama Andrea Parisi e che non è un completo esordiente: nel 2020 con il fratello Matteo ha fondato i Laxxard. Rap aggressivo in inglese, qualche riferimento religioso, un ep dal titolo Scared of the Moon, un discreto seguito ma niente che facesse gridare al miracolo.
Anche Matteo Parisi è rimasto nell’ambiente e quest’anno ha collaborato con La Niña, co-producendone un singolo. E Alfredo Maddaluno, compagno, produttore e direttore creativo de La Niña, ha diretto, girato e montato il video di Battista. Infatti l’artista è stata tra le prime a commentare il video di Battista sui social ed è ringraziata nei credit.
La Niña, tra l’altro, appartiene alla scuderia di Sugar, che qualcuno sospetta possa essere alle spalle dell’operazione. Ma è soltanto un sospetto, perché il brano risulta autoprodotto e autodistribuito: non ci sono elementi per legare la casa discografica di Caterina Caselli con il progetto Battista, almeno per ora.
Comunque l’eco mediatica è stata sufficiente per definire il tutto come un’ “industry plant“, un’operazione discografica costruita a tavolino appoggiandosi su artisti, testate e influencer, a vari livelli.
Basta il talento?
Battista ha la faccia giusta, l’energia giusta, la storia giusta e tutte le caratteristiche che possono farne un artista di successo. E senza nemmeno bisogno di svendersi cantando dell’ennesimo cuore spezzato. Anzi colpisce proprio per sincerità e schiettezza della proposta. L’inclusione di un paio di strumenti della tradizione mediterranea, altra analogia con la proposta de La Niña, fa pensare a un discorso sonoro minimale ma molto curato.
Perciò la domanda è: avrebbe bisogno di “aiuti” dal punto di vista discografico? Be’, che diamine, certo che sì. Oppure siamo qui a baloccarci con il fatto che nella giungla delle centomila uscite al minuto sia sufficiente il talento per emergere? Tanto è vero che, a dispetto del clamore mediatico, Saviano, Rolling Stone e compagnia cantante, ha 190k ascolti in due settimane. Che è tanto per un esordiente, ma non è una cifra tale da far pensare a un impatto da record.
Poi a me personalmente dei numeri interessa niente e valuto gli artisti per quello che propongono e non per numeri artefatti di streaming e sui social, ma non è così che l’industria ragiona, perciò l’interrogativo rimane: è veramente virale oppure è un’operazione costruita a tavolino?
Diciamo le cose come stanno: se lo fosse, non sarebbe certo il primo. E comunque ha senso interrogarsi sull’operazione singola e non su tutto il sistema? Cioè a dire: troviamo scandaloso che ci sia un “progetto” che lancia il singolo artista ma non il fatto che esista un ambiente social-musicale che ha bisogno di un’operazione a tavolino per far emergere il talento del singolo? E che anzi, in casi di zero talento (non è questo il caso ovviamente) sia in grado di lanciare “fenomeni” sui quali nessuno solleva particolari interrogativi, che durano dalla sera alla mattina, fanno registrare un paio di hit e poi spariscono nel nulla?
Il paradosso
L’industria musicale si basa su un paradosso: quello di dover in qualche modo fare ricavi con continuità e in modo stabile basandosi su qualcosa che, per definizione, dovrebbe essere incostante e aleatorio, cioè la produzione artistica. E’ così dagli anni Sessanta del Novecento, almeno, da Elvis e dai Beatles in qua, e le modalità dell’industria discografica sono spesso tracimate fino ad altri aspetti della vita culturale.
Ma le tempistiche della musica pop sono mediamente più frenetiche di quelle della letteratura o dell’arte figurativa, così come la capacità di produrre e fagocitare nuovi idoli a velocità sempre più elevate. In questo quadro, totalmente aziendale e fatto di fatturati, dividendi e consuntivi, si deve incastrare il singolo artista, a volte sorretto, a volte abbandonato dalla suddetta industria, secondo convenienze del momento.
Non è perciò che ci si possa scandalizzare se ogni tanto qualcuno trova la chiave per arrivare a più gente possibile, sorretto da conoscenze, amicizie, magari investimenti e sponsorizzazioni (o crediamo davvero che si arrivi sempre a certe cifre di followers perché si è bravi a comunicare?)
Bisognerebbe interrogarsi invece se i meccanismi di questa industria sono davvero funzionali per artisti e per ascoltatori: i primi non sempre lieti di trasformarsi in rotelle dell’ingranaggio, e gli altri triturati nel mezzo. Con il fine di produrre, contare, fare numeri, mercificare, appropriarsi sempre di più del “mercato”, senza che la qualità, che in definitiva è l’unica cosa che alla lunga paga davvero, sia mai neanche vagamente al centro del discorso.
E di nuovo: qui non sto parlando di Battista, anzi benvenuto e complimenti, aspettiamo di vedere che cos’altro di nuovo saprà regalarci.








