C’è un’eco di fondo, una sorta di déjà vu, nella battaglia epica ed epocale che le major, queste paladine dell’arte, stanno combattendo contro Suno e contro l’AI in genere. Un sapore stucchevole di già sentito, forse anche di “so già come va a finire”.
Un sapore di Spotify, insomma: prima combatto facendo presente al mondo che insomma, il diritto degli artisti, la musica, l’inviolabilità dell’ingegno umano eccetera. E poi mi metto d’accordo, sottobanco o sopra il banco poco importa: tanto sono sempre gli artisti che “crepano”.
Ma per chi non avesse seguito questa moderna guerra di Troia, identifichiamo personaggi e interpreti, andando per ordine. Si può identificare l’origine del problema molto prima, ma le prime cause di Sony, Universal e Warner risalgono a giugno 2024: le tre major fanno causa a Suno e Udio sostenendo che le piattaforme AI abbiano addestrato i modelli su registrazioni protette senza licenza.
Già l’anno dopo ci sono alcuni accordi tra Universal e Warner con Udio: soldi, accordo di licenza e possibilità di fare remix e mashup sulla piattaforma senza però poter esportare niente fuori dalla piattaforma.
Tempi recenti
Si arriva così a tempi più recenti: mentre Udio firma alcuni accordi anche qualche collettivo indie, i negoziati tra Suno e le major si fanno sempre più complicati. Per la difesa dei diritti degli artisti? Macché, perché non ci sono abbastanza soldi sul piatto.
E infatti iniziano anche le prime cause da parte degli artisti: per esempio l’American Federation of Musicians, un sindacato degli artisti USA, fa causa. A Suno e Udio? No: a Universal e Warner, che hanno licenziato i cataloghi alle piattaforme senza avvisare né compensare i musicisti. Come fosse roba loro e basta, insomma. Simpatici no?
Si muovono i tribunali anche in Europa ma su casi un po’ più limitati. E ci sono i primi accordi di Suno con Warner e BMG. Le altre invece sono a caccia di soldi un po’ ovunque: Universal e Sony vorrebbero un risarcimento da 9,1 miliardi di dollari da Suno per brani scaricati illegalmente da YouTube, mentre la stessa Sony e Warner fanno causa anche ad Anthropic per i testi delle canzoni.
Ecco che però a fine agosto ci sono anche altre cause di artisti, soprattutto Jason Isbell, che apre con altri artisti una class action federale contro Suno. La tesi è questa: Suno genera canzoni, descrizioni e immagini che evocano artisti specifici senza consenso; il sistema riconoscerebbe i musicisti per nome. Di conseguenza la richiesta è di status di classe, danni statutari e punitivi, ingiunzione contro l’uso commerciale delle identità. Risposta di Suno: “Suno esiste per aiutare le persone a creare musica nuova e originale, non per sfruttare il nome di nessuno”. Ah ecco, e io stupido che pensavo che volessero farci una montagna di denaro.
Ulteriori accelerazioni
Nelle ultime settimane la situazione si è accelerata ulteriormente: Suno ha prima firmato un accordo di licenza con Believe, poi ha lanciato v6, il 9 settembre. La cui parte rilevante è che è il primo “Suno con licenza“, visto che è sviluppato in collaborazione con la stessa Believe ma anche con Warner e BMG. E come mai non con altre major? Be’ perché UMG si è accordata con ElevenLabs per costruire una piattaforma AI di remix “rivolta ai fan”, con opt-in degli artisti.
La causa con cui UMG e Sony vorrebbero oltre 9 miliardi di dollari è quella partita il 18 settembre a proposito di 60.202 registrazioni, rivolta proprio contro v6. Sostengono che v6 sia “frutto dello stesso albero avvelenato”, perché nato anche dagli output dei modelli vecchi addestrati senza licenza. Il 22 settembre Suno ha risposto che v6 è addestrato da zero, su materiale con licenza e sui dati degli utenti.
E poi c’è l’Italia, che una volta tanto non arriva ultima. Il 6 ottobre l’Antitrust ha aperto un’istruttoria su Suno, e stavolta sotto la lente finiscono i Termini di Servizio, quelli che accettiamo con un clic senza leggere nemmeno una riga.
Secondo l’AGCM Suno si riserva di cambiare contratto, servizio e prezzi quando le pare, senza dover spiegare perché, e può cancellarti l’account con tutto quello che hai creato in qualsiasi momento e senza preavviso. Il passaggio più significativo riguarda il diritto d’autore: per usare la piattaforma devi concedere a Suno una licenza talmente generica da comprendere praticamente tutto, e rinunciare pure ai diritti morali sulle tue canzoni, che per la legge italiana sono irrinunciabili.
Se poi vuoi lamentarti, auguri: arbitrato obbligatorio negli Stati Uniti, tribunale solo in Massachusetts, niente azioni collettive. Ricapitolando: le major accusano Suno di aver preso la loro musica senza chiedere, e intanto Suno si fa cedere quella dei suoi utenti per contratto. Almeno a loro il permesso l’ha chiesto, si dirà. Il permesso per entrargli in casa, accomodarsi sul divano, appoggiare le scarpe sul tavolino, svuotargli il frigorifero e poi uscire senza salutare. Tipo.
Il versante DistroKid
Ma devono essere giorni frenetici negli uffici Universal di Santa Monica, in California, perché la casa discografica ha fatto causa anche a DistroKid. Cos’è DistroKid? Né un’etichetta né una piattaforma di streaming, è un distributore, cioè un servizio, ben noto anche agli artisti indipendenti italiani, che si usa per caricare la propria musica su Spotify, Apple Music, Deezer, YouTube, senza passare da una label.
L’accusa di UMG non è “avete distribuito musica IA”, ma “avete spacciato musica generata in massa per uscite artistiche legittime“. Il testo della causa specifica esplicitamente che il caso non riguarda la distribuzione di musica IA quando è chiaramente dichiarata come tale, il problema è il camuffamento.
Nella causa si cita un account chiamato “Lofi Chill” che avrebbe pubblicato 4.562 brani in 12 mesi, un ritmo impossibile per un artista umano, segno di produzione automatizzata su scala industriale. UMG cita anche playlist popolari su DistroKid: oltre il 97% dei brani nella playlist “Chill Flow Radio” e oltre il 98% in “Mellow Vibes Radio” risulterebbero generati con Suno.
E mentre Believe e TuneCore annunciano che daranno musica a Suno soltanto con consenso esplicito dell’artista, Universal e Warner cercano ogni scappatoia legale per far cadere la causa di AFM, sapendo in sostanza di avere torto marcio. Peraltro Universal continua la battaglia contro Suno, mentre Sony ha firmato soltanto con KLAY, altra startup AI. Quindi anche qui: non è un pregiudizio contro l’AI, ma contro i soldi che l’AI potrebbe fare usando musica Sony.
A proposito di Sony: ha fatto rimuovere dalle piattaforme oltre 260.000 deepfake dei suoi artisti, contro i 135.000 di marzo 2026. Dice che è “una battaglia in salita” (Financial Times). Sapeste quella degli artisti, ragazzi.
Ricadute su utenti e artisti
Tanto per cominciare, grazie a chi è arrivato svegl* e viv* fin qui. Voler parlare di musica e finire a discutere di carte bollate e cause legali è una penitenza che forse non ci meritavamo. Ma lo scenario è questo: in sintesi le major prima dicono “AI brutto”, e poi si accordano per farci dei soldi, esattamente come successo con la nascita di Spotify. Ovviamente la situazione è più sfaccettata e articolata di così, ma la sostanza è questa.
Ed è importante parlare di tutto questo perché le ricadute su utenti e artisti non sono piccole. Il lato artisti comporta conseguenze abbastanza evidenti: è una partita che come al solito si sta giocando sulla loro pelle senza interpellarli, come le cause americane evidenziano.
Che vinca Suno o che vincano le major, oppure che, come è più che probabile, si accordino fra loro, senza dubbio l’ultimo dei pensieri che passa in mente a queste multinazionali è una compensazione degli artisti che materialmente hanno scritto le canzoni, che sono alla base delle rielaborazioni AI. Così gli artisti saranno sempre più poveri, costretti a combattere con le hit generate dall’AI e sempre più messi all’angolo.
Tanti finti Mengoni
E visto che è l’algoritmo che propone e suggerisce e ti manda in circolo musica che a volte non scegli tu, anche l’utente potrebbe essere inondato di slop AI ovunque: tanti finti Mengoni e Giorgia e Cremonini e Pezzali, indistinguibili dagli originali, che prendono possesso del tuo player e non lo mollano più.
Sto esagerando, ma fino a un certo punto: qualcuno per esempio ha preso le esibizioni di Murphy Campbell, cantautrice USA, da YouTube, le ha clonate con AI e caricate su Spotify come “cover sintetiche” a suo nome. Murphy ha dovuto chiederne la rimozione. C’è poi Heart on My Sleeve, brano con voci clonate di Drake e The Weeknd, pubblicato nel 2023 e che ha fatto milioni di ascolti prima che Universal lo facesse rimuovere.
Nel 2025 sono stati identificati oltre 40.000 brani su piattaforme streaming che erano repliche AI (confermate o fortemente sospette) di voci di artisti reali. E Giusy Ferreri è tra gli artisti, insieme a Taylor Swift, che hanno registrato un marchio sonoro proprio per tutelarsi da cloni/deepfake vocali. E Iddio ci scampi e liberi dall’avere pure mille Giusy Ferreri finte, oltre a quella vera. Del resto conosco anche un presidente del Consiglio di un paese europeo importante che ha depositato la sua voce per proteggersi dai fake. Non ha depositato le idee e l’abilità di governo, anche perché sai la fatica di trovarle?
Ma torniamo alla musica: Deezer ha dichiarato di aver messo un filtro alla musica AI generated. Spotify e Apple Music hanno posizioni decisamente più sfumate e ambigue. Spotify per esempio identifica le AI persona e le esclude dall’algoritmo, ma visti i precedenti mi si consenta il sospetto che stia attivamente pensando a come farci ancora più soldi.
Non è questione di AI bella o brutta, sia ben chiaro. Ho sempre sostenuto che se uno strumento funziona bene o male è colpa di chi lo utilizza. E come gli anziani, in questi casi tiro sempre fuori questa metafora: se io ordino un omicidio per telefono, è colpa mia o del telefono? Così si può utilizzare l’AI in modo creativo come in modo oscenamente slop: non è colpa dell’AI. E non lo sarà nemmeno quando ci sterminerà uno per uno perché il mondo è un posto migliore senza umanità (e oggettivamente sarà anche difficile darle torto).
E’ il capitalismo musicale, bellezza
Siamo soltanto ai primissimi capitoli di una situazione molto più vasta che andrà a cambiare totalmente il panorama musicale nei prossimi anni. Al di là di come andrà a finire la sequela di cause legali, questa è una guerra che mina le fondamenta sia dell’esistenza delle major, sia del modello di fruizione della musica a venire. Che le major stiano combattendo una battaglia per la vita è del tutto evidente: la loro funzione nel corso degli anni, ora che sostanzialmente non fanno più scouting e vivono a rimorchio di talent e social, è decisamente in bilico.
A che cosa serve oggi una casa discografica? Che, per inciso, si trattiene solitamente gran parte dei guadagni dello streaming e metà dei diritti di edizione degli artisti? Alla promozione? Ma per questo basta un ottimo ufficio stampa e un SMM come si deve. Alla gestione del catalogo? Magari sì, ma con la memoria sempre più corta che abbiamo per i dischi appena usciti, non è che i cataloghi degli artisti famosi recenti abbiano poi il valore enorme che avevano quelli di Michael Jackson, Madonna, Bruce Springsteen o Vasco Rossi. E comunque anche in questo caso basta una buona società di edizioni.
Be’ una major serve da collegamento e ti trova il produttore giusto, i tecnici giusti, ti fa suonare nello studio giusto, si occupa del mix, del mastering eccetera. Vuoi fare una canzone con quel sassofonista? Ha il suo numero. Vuoi un featuring con Willie Peyote? Scrive una mail ed eccolo.
Se però io artista posso utilizzare l’AI per produrre, arrangiare e magari anche mixare e masterizzare la mia canzone esattamente come voglio io, che me ne faccio della casa discografica e dell’etichetta? E attenzione: non sto parlando di musica “generata” dall’AI: sto parlando di una canzone scritta da me, registrata in modo casalingo da me, con un mio testo e una melodia di mia invenzione, ma finalizzata in modo perfettamente professionale dall’AI.
Investimenti alternativi
Un pezzo invece difficilmente sostituibile dell’attività delle major è il pitching alle playlist e alle radio: le label investono 8,1 miliardi di dollari l’anno in A&R e marketing soprattutto per comprare/negoziare piazzamenti in playlist editoriali di alto profilo e airplay radiofonico costante nei mercati principali (ed è anche il motivo per cui avere Believe e Artist First come distributore non basta quasi più da solo per entrare nelle playlist di Spotify). Questo è il tipo di leva che un artista indipendente, anche con AI perfetta in studio, non può replicare da solo: non è la produzione, è l’accesso quasi automatico alla visibilità.
Le major sono come le multinazionali degli altri settori: idrovore guidate quasi esclusivamente dalla frenesia della crescita economica a dispetto di tutto e di tutti. Ma non sono meccanismi ciechi: forti anche della crisi originata dallo streaming, hanno imparato a riconoscere un pericolo quando lo vedono all’orizzonte.
Sanno benissimo che rischiano l’irrilevanza e si stanno già muovendo altrove, non aspettando in modo passivo il collasso. Infatti stanno spostando il proprio baricentro economico fuori dalla musica registrata pura, verso esperienze dal vivo, fan club, collezionabili fisici. Diventeranno insomma delle enormi società di marketing/PR, cosa che nei confronti dei servizi di streaming e delle radio sono già.
E cosa che diventeranno anche nei confronti di chi smercia musica AI: io metto a disposizione il catalogo, tu mi paghi (lautamente) e siamo tutti contenti. Che è esattamente ciò che hanno fatto con Spotify e amici, del resto. Sta ai musicisti decidere se stare dentro o fuori da questo calderone, che rischia di cuocerli a fuoco neanche tanto lento.








