Zemic, “Va tutto bene”: la recensione

Zemic, “Va tutto bene”: la recensione

Va Tutto Bene è il primo ep di Zemic, progetto solista di Marco Lucchi, cantautore di Cesena. “Va tutto bene” come quando cadi dalle scale ma ti rialzi e vuoi rassicurare chi ti sta intorno. “Va tutto bene” anche se non va poi così bene, ma va bene lo stesso. “Va tutto bene” perché da qualche parte bisogna pur ricominciare.

Zemic si racconta attraverso sei brani che si collocano tra rock alternativo, cantautorato, rumore e un titolo che forse non significa affatto quello che sembra. Zemic è un cantautore che, in realtà, vorrebbe essere una band. E così, nell’attesa di trovarne una, ha deciso di fare praticamente tutto da solo: ha scritto, arrangiato, suonato, registrato e mixato ogni brano dell’EP nel suo Bunker Studio.

Zemic traccia per traccia

Ci sono tutti gli anni Novanta che entrano a martello in Disgelo, traccia d’apertura dell’ep, che parte da distanza per poi avvicinarsi, ma non in modo minaccioso, semmai molto malinconico ma anche molto elettrico. Con assonanze post-grunge e post-brit, si gioca sui contrasti per lasciar sfarfallare gli inganni del cervello.

Anche più rumorosa e per certi versi disperata Va tutto bene, title track piuttosto gridata e tirata. Zemic procede qui per elencazione e per climax, facendo salire gradualmente le emozioni fino al vertice, riempiendo bene le casse.

Momenti un po’ meno concitati attendono in Olè, che allarga lo sguardo e si fa un po’ più meditativa. Il passo è cadenzato, il movimento ragionato: pezzi di vetro nel cuore diventati inoffensivi sono metafora di dolori sopiti e ormai assorbiti, ma sempre presenti.

Impronta un po’ più cantautorale per Hollywood, che parla di fama e delle sue zone oscure. La canzone varia di umore, partendo dall’acustico per poi incominciare a fare maggiore rumore, mettendo in evidenza la voce di Zemic.

Non si mente al proprio dolore: EHS mantiene il mood più introspettivo, anche se la vocazione a fare un po’ di casino alla fine chiama anche qui. Il pezzo è sincero e potente, e la linea di pianoforte sottolinea bene.

Contrasti evidenti anche nell’ultimo brano del lavoro, Acciaio sulle palpebre, che segue tracce melodiche morbide, cercando di avvolgere prima che colpire. Però i toni salgono anche qui e il finale si fa ricco di pathos, con una coda strumentale elaborata.

C’è dell’ironia nella copertina dell’ep di Zemic, che rotola dalle scale, probabilmente per alzarsi in piedi e dire: “Va tutto bene”. E magari svenire un minuto più in là. Ma del resto è quello che si chiede agli artisti mediamente: la capriola, il salto, la caduta, rialzarsi e fare finta di niente.

Meno ironici sono sicuramente i suoi brani, che anzi denotano passione ed energia. Forse i suoni guardano indietro, ma sono omogenei, compatti, ben gestiti e il lavoro è sicuramente molto ben riuscito.