Mona Grant, “Storie”: la recensione

Mona Grant, “Storie”: la recensione

Si intitola Storie il nuovo album dei Mona Grant, pubblicato da La Rue: la band toscana porta a compimento il proprio percorso pubblicando un nuovo lavoro composto da dieci brani, tra ruggiti rock e momenti più morbidi. Dieci canzoni, dieci storie, dieci racconti in un unico viaggio. Alcune hanno un nome, altre soltanto un’immagine, un profumo o un ricordo: si attraversano persone, luoghi e momenti diversi tenuti insieme da un suono rock diretto e senza leccature.

Mona Grant traccia per traccia

Un treno, poi una chitarra: il viaggio del disco dei Mona Grant incomincia da Bionda, midtempo che racconta un incontro inaspettato. Distorsioni elettriche e vocali accompagnano le derive sonore del brano.

L’aggressività si riversa su Lucida, scelta come singolo di presentazione del disco: il racconto parte da un personaggio realmente esistito, per narrare una femminilità che non scende a compromessi. C’è una storia di coppia, molto contrastata e complicata, alla base di Lacrime di legno. Il brano si fa corale e quasi ossessivo.

Molto più recitata che cantata, ecco Michelle, che alza la voce di tanto in tanto, per cantare una vicenda di riscatto (che passa anche dalla cucina). Organo e sensazioni un po’ più morbide per Caffè ristretto, almeno all’inizio, ma poi il tracciato torna a parlare il linguaggio dell’elettricità.

Si viaggia in direzione blues con Sixto ride, nuovamente più recitata che cantata. Sensazioni di vinile che presiedono a Paul, piuttosto stonesiana.

Aria piuttosto drammatica quella che caratterizza Josephine, mentre con Orso si torna ad accelerare e ad alzare il volume della chitarra. La chitarra si erge a protagonista di Terre di malìa, che chiude il disco. Ultimo recitato a concludere il discorso.

Con qualche asprezza e ruvidità, i Mona Grant approdano a un disco omogeneo dal punto di vista sonoro, sporco dove deve essere sporco, molto sincero e intenso.