Ludovica Manzo, “In vago spirito”: la recensione

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Ludovica Manzo, “In vago spirito”: la recensione

Ludovica Manzo pubblica In vago spirito, il suo nuovo album, composto da otto tracce. Un lavoro che si muove tra vocal music contemporanea, musica elettroacustica ed elettronica sperimentale, dove la voce si fa materia sonora e il confine tra improvvisazione e composizione si dissolve.

Ogni brano prende forma da improvvisazioni vocali e sonore sviluppate nel tempo, seguendo un processo che cerca di intervenire il meno possibile sulla materia originaria. Più che costruire un’idea, Ludovica Manzo osserva il suono mentre affiora, preservandone la natura della sua prima apparizione. Anche le linee principali della voce sono prime take, conservate proprio perché prive di aspettative e di un’intenzione prestabilita.

In questo continuo vagare le parole perdono progressivamente importanza. Le sillabe emergono in maniera spontanea, guidate esclusivamente dal loro suono e dalla relazione con l’istante in cui vengono pronunciate. La voce diventa così uno strumento tra gli strumenti, intrecciandosi con l’elettronica e con gli altri elementi compositivi.

L’unica eccezione è Inn’Aria, costruita attraverso parole dal significato riconoscibile ma scelte soprattutto per la loro qualità fonetica, nel tentativo di evocare il fascino sospeso delle lingue antiche, comprensibili solo in parte e proprio per questo capaci di suggerire molto più di quanto dichiarino.

Ludovica Manzo traccia per traccia

Si incomincia subito inseguendo oscillazioni vocali, delicate e potenti a un tempo, nel segno della sperimentazione: Voce si concentra su emozioni eteree e linee melodiche, viaggiando verso l’alto.

Più terreni gli arpeggi di Salìa, che conta altrettanto su una voce cristallina, ma con carichi di tensione molto più palpabili e incombenti. Nella parte finale l’atmosfera si fa anche più inquietante.

Rallentata, ferita, decostruita e forse colpita, ecco Grains, sicuramente il momento più sofferto fin qui. Voci miste e field recordings animano Parco Choir, prima che emerga un movimento sonoro ascendente che finisce per occupare tutta la traccia, espandendosi anche in orizzontale.

La seconda metà del disco apre con Inn’Aria, cantata con aria piuttosto grave e accompagnata dalla chitarra classica. Un mood che sta tra la ballata dal cuore spezzato e gli inni religiosi medievali, il brano porta con sé una tristezza molto profonda.

Dopo la breve e strumentale Plants ecco Tūn, che oscilla ancora e si inoltra in suoni che sanno di estremo Oriente. Ma dopo i primi movimenti composti, arriva il tremore che sembra voler scomporre e mettere in dubbio tutto. Recupera compostezza Uku, che chiude in dolcezza ma anche in malinconia.

Ludovica Manzo segue percorsi del tutto propri e sperimenta soprattutto con la voce, conformando la propria ricerca sonora dietro ipotesi esplorative che vanno in direzioni diverse. Ne risulta un disco sicuramente non facile ma che si può apprezzare molto per la ricerca e la profondità, in grado di dialogare con esempi internazionali di altissimo livello.