Personalmente non ho mai creduto tantissimo agli aiuti di Stato. Nel senso: ci sono settori in cui l’intervento è vitale e senza di essi tutto si spegnerebbe lentamente. Ma se si parla di musica live, ho sempre avuto qualche perplessità perché in fondo parliamo di settori per i quali, in teoria, dovrebbe reggere la legge del mercato: attiri l’attenzione, riempi. Non l’attiri, prova qualcos’altro o fatti due domande.
Ma non funziona più così: il capitalismo sta marcendo sotto i nostri occhi, ucciso dai suoi stessi veleni, e la qualità va sparendo sotto prodotti drogati dalla pubblicità, dai social, dalla FOMO, dall’ansia di fare soldi sempre e comunque. E artisti validi, di spessore, con talento, carriere importanti, che meriterebbero attenzione e che l’avrebbero ottenuta in contesti diversi, finiscono in un angolo, nell’oscurità, messi in ombra dalle gigantesche pantomime allestite per alimentare l’ego altrui.
Non è soltanto un problema di attenzione o di luci della ribalta: il problema è che non ci si campa. Il problema è che ci sono casi anche molto illustri di artisti di alto o altissimo livello costretti a fare anche un altro mestiere perché con la sola musica non arrivi, non dico a fine mese, ma neanche al 10.
Sarà colpa del fatto che ce ne sono troppi? Forse. Ma non è certo un problema di attenzione complessiva: quella c’è, e i numeri lo dimostrano.
I concerti “piccoli” sono la maggioranza
Il 28 ottobre, nella Sala Spadolini del ministero della Cultura, AssoConcerti ha presentato la terza edizione del report La Canzone Popolare Live. Dati e Prospettive, che analizza il 2025. I titoli sono quelli che hanno ripreso Il Fatto Quotidiano e le agenzie: biglietto medio a 40,34 euro, un indotto stimato in 4,3 miliardi, più di 11 milioni di pernottamenti. Noi siamo andati a leggere la parte che di solito resta in fondo, quella sui concerti piccoli, e a chiederci che cosa arrivi a quel mondo dalle casse dello Stato.
Nel 2025 la musica popolare contemporanea ha contato 39.195 concerti, distribuiti in 4.567 Comuni su circa 7.900, cioè più di uno su due. Di questi, 16.611 sono stati a ingresso gratuito. Dei 22.584 a pagamento, 19.428 hanno avuto meno di mille spettatori, 2.788 si sono collocati tra mille e diecimila, 368 hanno superato i diecimila e soltanto 39 sono andati oltre i cinquantamila.
Mettendo insieme i gratuiti e i concerti a pagamento sotto i mille presenti si arriva a 36.039 appuntamenti su 39.195, il 92 per cento. I concerti che riempiono stadi e grandi arene sono una frazione minuscola del totale: i 368 oltre i diecimila pesano per meno dell’uno per cento. Anche il biglietto racconta un altro mondo, perché sotto i mille spettatori costa in media 23,84 euro, contro i 66,88 euro degli eventi sopra i diecimila.
Il presidente di AssoConcerti, Bruno Sconocchia, ha usato questi numeri per parlare di un sistema che “si autoalimenta”, dalle cover band agli artisti emergenti, dai piccoli club alle arene estive. Va detto che il report, almeno come è stato riportato, non separa chi fa musica inedita da chi fa cover o tributi: dentro quei 19.428 concerti c’è un po’ di tutto, e quanta parte sia la scena che raccontiamo noi non si può ricavare con esattezza.
Dove finiscono i soldi
Quando si passa dai concerti ai soldi il quadro cambia. Nel 2025 gli spettacoli sono cresciuti dello 0,7 per cento, le presenze del 9,3 e il valore economico del 18,5: quasi lo stesso numero di concerti, con molta più gente e molta più spesa. In tutto sono 26,4 milioni di presenze e 1,06 miliardi di spesa del pubblico, per la prima volta sopra il miliardo.
I comunicati sul report danno un dato sui soci di AssoConcerti, 64 imprese: organizzano il 5 per cento degli eventi e raccolgono 11,3 milioni di spettatori (il 43 per cento) e 729,6 milioni di spesa (il 69 per cento). Facendo la sottrazione con i totali, il restante 95 per cento degli eventi, quasi 37mila concerti, vale circa il 57 per cento del pubblico e il 31 per cento della spesa, intorno ai 330 milioni (è un calcolo nostro e non compare nel report). Ne esce un biglietto medio di circa 65 euro per i soci contro circa 22 per tutti gli altri, e un incasso medio per evento di circa 370mila euro da una parte e di circa 9mila dall’altra, compresi i gratuiti.
I concerti oltre i diecimila paganti sono 368. Anche con le stime più prudenti, cioè ipotizzando diecimila spettatori ciascuno e cinquantamila per i 39 più grandi, valgono almeno un quinto del pubblico e circa un terzo della spesa. Anche questa è una stima nostra, e probabilmente per difetto.
Conviene ricordare chi parla. AssoConcerti riunisce i principali produttori italiani, e la stima dell’indotto da 4,3 miliardi poggia su uno studio dell’Università di Pisa commissionato dall’associazione stessa. Quello studio ha analizzato nel dettaglio 42 concerti dell’estate 2025, con 1,1 milioni di presenze complessive, cioè circa 26mila a concerto: sono i grandi eventi di Roma, Milano, Napoli, Firenze e dei festival più grossi, non il club di provincia.
Il fondo statale: un milione e mezzo
Il sostegno pubblico dedicato alla musica popolare contemporanea nasce con la legge di bilancio 2026, che istituisce un fondo da 1,5 milioni di euro l’anno. Il decreto ministeriale 189 del 4 maggio 2026 ne fissa le regole. Possono chiedere il contributo le imprese che hanno organizzato almeno cinque concerti l’anno prima e che non ricevono il contributo ordinario del Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo. I concerti ammessi devono avere tra 300 e 3.000 spettatori paganti e un biglietto che non superi i 50 euro per la categoria più alta. Il contributo è il 10 per cento di costi o incassi, con un tetto di 5.000 euro a concerto e un massimo di 20 concerti per impresa.
Con queste regole gli stadi e i grandi eventi sono fuori per costruzione. Fuori, però, sono anche i concerti sotto i 300 paganti, cioè buona parte dei club e dei locali che hanno fatto di questa scena un fenomeno diffuso nei Comuni italiani. Le domande presentate sono state 69, quelle ammesse 65, e con il decreto di assegnazione del 28 settembre il milione e mezzo è stato distribuito: circa 23mila euro a testa in media.
Il fondo pesa lo 0,14 per cento della spesa del pubblico. Diviso per i 39.195 concerti censiti fa circa 38 euro a concerto, e per i 26,4 milioni di presenze circa sei centesimi a spettatore. AssoConcerti chiede di portarlo ad almeno 5 milioni dal 2027 e poi a 10: anche in quel caso sarebbe meno dell’uno per cento della spesa. L’unico altro intervento che abbiamo trovato per i locali piccoli è regionale: l’Emilia-Romagna ha assegnato 284mila euro a 17 live club nel 2025, circa 16.700 euro ciascuno.
Il confronto con gli altri comparti
Per dare un’idea delle proporzioni, ecco gli stanziamenti statali del 2026 in cifre tonde. Il ministero della Cultura dispone in tutto di circa 3,07 miliardi. Il Fondo per il cinema e l’audiovisivo vale più di 600 milioni, che salgono a 660 con le integrazioni successive alla legge di bilancio (le fonti variano), più 100 milioni di tax credit internazionale. Il Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo ripartisce 448 milioni: circa 199 alle quattordici fondazioni lirico-sinfoniche, cioè 14 milioni ciascuna, circa 98 al teatro e circa 90 alle attività musicali, una voce che comprende anche la classica e dentro la quale non sappiamo quanto vada alla popolare. Per i libri abbiamo trovato solo fondi specifici: 5,2 milioni nel 2026 per l’acquisto di libri da parte delle biblioteche e 4 milioni per le nuove librerie aperte da under 35.
Il cinema, che com’è noto si lamenta parecchio, riceve circa quattrocento volte il fondo della musica popolare, e una sola fondazione lirica prende circa dieci volte quello che lo Stato destina in un anno a tutto il settore. Il confronto è per stanziamento e non per spettatore: costi e pubblico dei comparti sono diversi e non abbiamo i dati per metterli sullo stesso piano. Resta il fatto che la musica popolare dal vivo muove oltre un miliardo di spesa del pubblico e 26 milioni di presenze, e dallo Stato riceve un milione e mezzo.
Ora non è che vorremmo saccheggiare i fondi di cinema e lirica. Mettere in scena la Turandot o il Rigoletto costa tantissimo ed è un evento di fascino e valore. Finanziare le orchestre sinfoniche è sacrosanto. Vorrei poter riconoscere la stessa imprescindibilità per il film di Pingitore Tonyalardo, che ha ricevuto 800.000 euro di finanziamento. O per il film sulla storia di Alfredo di Lelio (inventore delle fettuccine Alfredo), approvato dalla Commissione MiC con un finanziamento di 139.000 €. Vorrei eh? Ma non ci riesco, problemi miei evidentemente.
Ma le fettuccine sono buone e speriamo che il film di Pingitore sia ottimo. Non è lì che vorremmo fare cassa. Sapete dove potremmo invece fare parecchia cassa? Nelle spese per armamenti. Avrete probabilmente sentito dire che sono un filo aumentate: siamo a oltre 32 miliardi l’anno per il bilancio del ministero della Difesa (contro i 3 per la Cultura, povero Giuli). Togliessimo qualche briciola da lì? Ci sarebbe sempre quel testo abbastanza importante che si chiama Costituzione, che all’articolo 11 dice che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa. E un paio di articoli prima, al 9, dice anche che promuove lo sviluppo della cultura. Ma non della cultura bellica, come dire.
Le domande che restano aperte
Fin qui i dati dicono che il live italiano è fatto soprattutto di concerti piccoli o gratuiti, che il denaro sta in larga parte nei grandi eventi e che lo Stato, con il suo milione e mezzo, ne tocca una frazione minima. Per sapere che cosa significhi per chi quei concerti li fa, servono numeri che oggi non ci sono chiarissimi. Ma probabilmente più in là li chiederemo direttamente ad Assoconcerti, così da avere un quadro migliore.
Ma già ora si può dire che ai live club piccoli, ai locali che tengono ancora in vita il movimento, ai promoter e soprattutto agli artisti non va quasi niente. I cachet stanno diventando sempre più miseri, chiedere il pernottamento sembra un lusso, la gente è interessata ma distratta dal fumo negli occhi gettato dai grandi eventi.
Perché poi andrebbero distinte anche le responsabilità individuali: la stampa, la tv, la radio, soprattutto generaliste, si ricordano della musica sono se fa numeri enormi oppure se c’è Sanremo. Per il resto, nebbia fittissima. E l’attenzione, anche quella di chi deve mettere i numeri a bilancio in sede ministeriale, diventa impossibile da intercettare.








