Majors, Suno e artisti: l’intervista a Erika Buzzo #sottotraccia

Majors, Suno e artisti: l’intervista a Erika Buzzo #sottotraccia

Erika Buzzo è la mente dietro MAIA, progetto musicale con voce e immagine costruite con l’intelligenza artificiale, e dietro Be.Ai.Studio, che porta la sua esperienza su musica, arte e impresa. Scrive i suoi testi e le sue melodie e usa Suno, come dice lei stessa, soltanto sui provini: è quindi una di quelle persone che con questi strumenti lavorano ogni giorno, e che da dentro li guardano senza entusiasmi di maniera.

La questione su cui l’abbiamo intervistata è quella che avevamo toccato nel nostro Sottotraccia su majors e AI: le major fanno accordi con le piattaforme di musica generativa, dalla licenza Universal-ElevenLabs al nuovo Suno addestrato su cataloghi licenziati, e intanto gli artisti avviano una class action sull’identità. Che cosa cambia davvero, che cosa è soltanto normalizzazione, e dove si ritrova un artista indipendente italiano in mezzo a questi accordi.

Le major e il metodo

Il 10 settembre Universal ed ElevenLabs hanno firmato una licenza senza che ci fosse mai stata causa. È la prima volta che succede in questo settore. Segno di maturità del rapporto label-AI, o solo che le major hanno capito che conviene muoversi il più presto possibile?

Partirei da una correzione: Universal aveva già firmato con aziende AI che non aveva mai portato in tribunale. A ottobre 2025 l’alleanza con Stability AI, a novembre la licenza a KLAY, firmata insieme a Sony e Warner. Per ElevenLabs questa è la prima major. Per Universal è l’ennesimo accordo.

Il segnale vero sta nella mappa: Universal firma con chi si presenta con la licenza in mano e continua a fare causa a Suno, che ha preso prima e chiesto dopo. Una causa costa, può durare anni e può concludersi con una licenza; quindi, a chi arriva in regola conviene firmare subito.

E guarderei cosa c’è dentro l’annuncio: nessun artista nominato, nessuna data e nessuna cifra. Partecipa chi aderisce. Più che di maturità parlerei di metodo…era prevedibile che andasse così.

Da Spotify a Suno

La vicenda Suno mi ricorda molto quella con Spotify: prima le major lo boicottavano, poi è diventato il canale ufficiale dell’industria. Finirà (o sta già finendo) così?

Le major boicottano ogni minaccia che rischia di far perdere loro controllo e denaro, ma quando si rendono conto che possono guadagnarci, si siedono allo stesso tavolo.

Detto questo, la somiglianza c’è, ma parliamo di due rivoluzioni diverse. Spotify ha cambiato il modo in cui la musica si distribuisce e si ascolta, ma non ha toccato il modo in cui nasce. Suno invece ha creato uno scossone che investe tutto il processo creativo e quindi tutti gli attori coinvolti nello stesso.

E con Suno siamo già alla fase della normalizzazione: a settembre ha lanciato una nuova famiglia di modelli che dichiara addestrata su cataloghi licenziati, con Warner e BMG come partner. Nel frattempo, Spotify sta costruendo un proprio ecosistema di musica AI, con le licenze di tutte e tre le major e degli indipendenti, a partire da cover e remix generati dai fan.

Quello che mi interessa guardare è come andrà a finire per gli artisti indipendenti. Spotify ha aperto la distribuzione a tutti, ma la visibilità è rimasta a pochi. Se ora chiunque può produrre un brano in pochi minuti, l’offerta esplode e il valore si concentra ancora di più su chi controlla la piattaforma. Che l’industria accetti Suno ormai è scontato. Resta da capire dove staranno gli artisti nel sistema che ne nasce.

L’identità degli artisti

La class action per difendere i diritti degli artisti, indetta da Jason Isbell, non parla di copyright ma di identità. Da chi con i prompt ci lavora ogni giorno, secondo te quanto è fondata l’accusa? Suno è in grado di “riconoscere” gli artisti per nome?

Premetto che uso Suno solo sui miei provini, quindi non lascio al prompt la libertà di decidere. Per questo, prima di risponderti, ho fatto una prova. Su Suno v6, il modello presentato come “licenziato”, ho scritto “sounds like Avril Lavigne”. Il sistema mi ha risposto che non fa riferimento diretto agli artisti e che ha sostituito il nome con stili simili: Pop Punk, Alternative Rock, Pop Rock, Post-Grunge. Per sostituire un nome con il suo sound, il sistema deve prima collegarlo a qualcosa. Quindi sì, nel mio test Suno ha riconosciuto il nome dell’artista e lo ha tradotto in coordinate stilistiche, un comportamento compatibile con la questione sollevata nella class action, che riguarda il nome come chiave di accesso.

Cosa questo riveli sull’identità dell’artista nel modello, però, è un’altra storia. Quelle quattro etichette sono praticamente le stesse che trovi nella scheda di Avril Lavigne su Wikipedia. Per tradurre un nome in una lista di generi basta un LLM che legge i tag stilistici, e lo fanno tutti. Il mio test, quindi, non certifica nulla su cosa il modello musicale abbia imparato della sua voce. Ed è lì che si gioca la causa: l’esempio portato da Isbell, un brano che richiama il suo timbro e il suo accento, va molto più vicino all’identità di quanto possa fare una lista di generi. Lo deciderà un giudice.

Ho provato anche uno dei trucchi che circolano in questi mesi, scrivere il nome con le lettere spaziate: «m i c h a e l j a c k s o n». Nel mio caso il brano non suona come lui. Ecco la prova: https://suno.com/s/bBMKXvbnN98HGQiW. Non dimostra che nessun aggiramento funzioni, ma prima di rilanciare certi trucchi conviene provarli.

Un modello davvero nuovo?

C’è per te una differenza etica tra usare un Suno addestrato su cataloghi licenziati e usarlo com’era prima del 9 settembre? O il problema sta comunque a monte, in come è nato il modello?

La differenza ci sarebbe se il nuovo modello fosse davvero nuovo.

Al lancio Suno ha detto di aver addestrato la v6 da zero, su cataloghi licenziati e dati degli utenti. Poi ha precisato che tra quei dati ci sono anche le “creazioni” degli utenti. Se tra queste ci sono brani generati con i modelli precedenti, quindi prima del 9 settembre, si pone una questione: quei modelli erano addestrati su tutto ciò che si trovava online, YouTube compreso, secondo quanto dichiarato dalla stessa Suno.

Il materiale senza licenza potrebbe quindi essere uscito dalla porta ed essere rientrato dalla finestra, filtrato attraverso milioni di canzoni sintetiche. È una contestazione che Universal e Sony hanno sollevato in tribunale, non un fatto già accertato. Il passo avanti lo riconosco agli artisti Warner, BMG e Believe che hanno scelto di partecipare e ora ricevono una quota.

Opportunità o sostituzione

Un artista emergente italiano oggi, aprendo Suno, o una piattaforma “ufficiale” come quella di ElevenLabs sta trovando un’opportunità davanti a sé, oppure un modo per rendersi sostituibile?

Credo che per chi è già dentro le produzioni musicali, grandi o piccole che siano, Suno sia una grande opportunità.

Il problema è che Suno è sfruttato principalmente da profani della musica, e si sente. La maggior parte dei brani che ho sentito, anche durante il Synthalia, sono simili, senza spessore.

Sui testi, non ne parliamo. Sono molto tranchant su questo aspetto ed è una cosa che dico costantemente, senza paura di far arrabbiare le persone. Non ci si improvvisa cantautori.

Cosa pretendere adesso

Se domani un artista italiano ti chiedesse una cosa sola da pretendere adesso, prima che gli accordi tra major e piattaforme lo scavalchino, cosa gli diresti?

Sapere, per iscritto, dove finisce il proprio catalogo.

Molti emergenti italiani distribuiscono tramite aggregatori, e Believe con TuneCore ha appena aperto agli indipendenti la possibilità di entrare nei dati di Suno su base opt-in. Opt-in è la parola giusta, ma va verificata clausola per clausola: chi decide, per quanto tempo, per quali usi, con quale compenso, e se si può uscire e con quali conseguenze sui dati già conferiti. Gli accordi tra major e piattaforme verranno firmati comunque. Quello che un artista può ancora controllare è la propria firma, prima di metterla.