Gintsugi, l’intervista: Il primo straniero credo che sia proprio in se stessi

Gintsugi, l’intervista: Il primo straniero credo che sia proprio in se stessi

Strangers è il nuovo ep di Gintsugi: disco registrato in buona parte ai Goldmine Studios, nelle campagne del Cilento, con Maurizio Sarnicola alla produzione. L’artista dice che lavorare lontano da un centro urbano ha permesso di concentrarsi senza ansie, e che la collaborazione con lui è stata decisiva per il risultato. La copertina è di Sonia Martina, fotografa che lavora tutto in analogico e a cui Gintsugi ha spiegato la sua idea di stranieri e di moltiplicazione dell’identità, perché la trasformasse in tecnica fotografica.

Prima c’era stato Victor Van Vugt, già al lavoro con Nick Cave e Beth Orton, che aveva prodotto il primo ep. Di lui Gintsugi parla come di un amico e di un punk: uno che si immerge nel caos e all’ultimo momento ne tira fuori ordine e precisione.

Rispetto ai lavori precedenti il pianoforte passa in secondo piano. I brani nascono comunque al piano, ma la produzione pesa di più, con chitarre e sintetizzatori e una direzione più pop ed elettronica, meno neoclassica. Sul tema del disco, lo straniero che torna in ogni canzone, la risposta è netta: il primo straniero è in se stessi.

Italiana, vive in Francia. Con noi parla del pianoforte, di Van Vugt, dello studio nel Cilento, della copertina e del momento in cui vorrebbe che il disco arrivasse a chi ascolta.

I tuoi lavori precedenti partivano dal pianoforte. Con Strangers il pianoforte si è fatto da parte. È stata una scelta o è successo da sé?

Ho composto comunque tutti i brani con il piano, in questo ep la produzione ha preso un posto più importante. Nella parte produttiva da parte mia c’era una volontà di andare più verso una direzione pop ed elettronica, ed avere meno influenze neoclassiche. Da cui la maggior importanza data a chitarre e sintetizzatori.

Nel disco torna spesso la figura dello «straniero familiare». Chi è, per te, la persona più estranea e insieme più vicina che hai incontrato?

Il primo straniero credo che sia proprio in se stessi, potrei dire me stessa.

Il primo ep l’ha prodotto Victor Van Vugt, che ha lavorato con Nick Cave e Beth Orton. Che cosa ti è rimasto di quell’esperienza?

Victor è una persona davvero unica, anche umanamente. È un creativo fino all’osso, è tuttora per me un punk. È la persona che può immergersi profondamente nel caos e per miracolo, cacciarne fuori sistematicamente all’ultimo momento una meraviglia di ordine e precisione. Probabilmente per lui quello che per me è caos, è assolutamente tutto sotto controllo. Siamo amici.

Hai registrato in buona parte ai Goldmine Studios, nelle campagne del Cilento. Quanto ha contato il luogo sul risultato?

La collaborazione con Maurizio è stata fondamentale nel risultato. Sicuramente anche il fatto di non lavorare in un centro urbano ha permesso di focalizzarsi maggiormente senza ansie.

La copertina è di Sonia Martina, che aveva già scattato quella di Stranger. Come lavorate insieme sull’immagine?

Sonia lavora tutto in analogico, è una fotografa incredibile. Le ho parlato della mia idea di stranieri, moltiplicazione dell’identità, e lei ha trasposto tutto questo in tecnica fotografica.

A chi ti piacerebbe che arrivasse questo disco, e in che momento della giornata?

Di notte, quando tutti dormono. E a chiunque ne abbia bisogno o desiderio.

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