Ha sedici anni, suona il violoncello da quando era piccolissima e frequenta il Conservatorio e il Liceo Linguistico. Diletta Fosso ha già alle spalle la finale a New York per NYCanta e un invito alla Camera dei Deputati, e oggi esce con un brano che prende le mosse dalle parole di Elena Cecchettin. Si intitola Bruciate tutto e racconta la violenza di genere partendo da una dimensione individuale, quella dell’io, per arrivare a una voce corale, quella del noi, fino a un senso di liberazione condivisa.
Per lei quelle parole sono diventate una specie di chiamata, quasi una responsabilità: trasformare un dolore collettivo in una presa di parola diretta, invece di fermarsi alla commozione. La canzone fa parte di un progetto più ampio, Solo perché mi dispiace, che comprende anche un cortometraggio scritto e interpretato da lei. Il corto lavora sulle sfumature, sui silenzi e sugli sguardi, mentre il brano arriva addosso in modo più diretto e lascia un messaggio che continua a girare anche dopo l’ascolto.
In questa intervista Diletta Fosso spiega da dove nasce l’esigenza di tradurre quel pensiero in musica e perché le premeva che la canzone non restasse chiusa in una storia sola. Racconta come il rigore dello studio classico, fatto di disciplina, ascolto e cura per il silenzio, entri nel suo modo di scrivere pop-rock, e perché secondo lei quel rigore sia una base solida e non un limite.
Indica il momento del suo percorso che l’ha fatta maturare di più, l’invito alla Camera dei Deputati, vissuto come uno scatto di consapevolezza, e ricorda anche quanto le abbia insegnato NYCanta. Infine dice cosa vorrebbe che provasse un suo coetaneo ascoltando il pezzo per la prima volta in cuffia: una scossa, la sensazione che certe cose vadano guardate in faccia e che si possa scegliere da che parte stare. Se Bruciate tutto facesse nascere anche solo una domanda in più, per lei sarebbe già un successo.
Bruciate tutto prende le mosse dalle parole di Elena Cecchettin, trasformando una sofferenza collettiva in una presa di parola diretta. Da dove è nata l’esigenza interiore di tradurre quel pensiero in musica?
Le parole di Elena Cecchettin mi hanno proprio scossa: mi sono entrate dentro e sono diventate una specie di chiamata, quasi una responsabilità. Sentivo di dover trasformare quel dolore in una voce, non solo in commozione. Scrivere Bruciate tutto è stato il mio modo di dire che non possiamo restare in silenzio e che, davanti alla violenza, serve il coraggio di reagire.
Nel brano il racconto passa gradualmente da una dimensione individuale (“io”) a una corale (“noi”). Quanto è stato importante per te dare alla canzone questo valore di comunità?
Per me era molto importante che la canzone non restasse chiusa in una storia sola, perché la violenza di genere non riguarda mai davvero una persona soltanto. Il passaggio dall’io al noi è nato da lì: dalla voglia di trasformare una ferita in qualcosa che unisce. Volevo che nel brano ci fosse una comunità, una forza condivisa, fino a quel senso di liberazione collettiva.
Il singolo fa parte del progetto più ampio Solo perché mi dispiace, che comprende anche un cortometraggio da te scritto e interpretato. Come si intrecciano per te il linguaggio musicale e quello cinematografico?
Musica e cinema, in questo progetto, si completano. Solo perché mi dispiace e Bruciate tutto nascono dalla stessa urgenza, ma parlano con linguaggi diversi. Il corto entra nelle sfumature, nei silenzi, negli sguardi; la canzone è più diretta, ti arriva addosso e ti lascia un messaggio che continua a girare anche dopo.
Suoni il violoncello fin da piccolissima e oggi frequenti il Conservatorio e il Liceo Linguistico. In che modo il rigore dello studio classico influisce sul tuo modo di scrivere brani pop-rock?
Influisce un sacco, anche se magari non si nota sempre. La classica mi ha dato disciplina, ascolto, cura per i dettagli e un rapporto profondo con il suono e con il silenzio. Quando scrivo pop-rock mi porto dietro tutto questo: l’attenzione alla dinamica, l’intenzione, l’emozione che può passare anche da una sola nota. Poi però mi piace mischiare le carte, quindi diciamo che il rigore classico non è un limite, è più una base solida da cui partire.
A soli 16 anni hai già collezionato importanti traguardi, dalla finale a New York per NYCanta all’invito alla Camera dei Deputati. C’è un momento di questo percorso che senti ti abbia fatta maturare di più come artista?
Se devo scegliere un momento che mi ha fatta crescere davvero, dico l’invito alla Camera dei Deputati. Lì ho capito che quello che faccio può uscire dal palco e arrivare in posti importanti, simbolici, dove le cose si decidono. Mi ha fatto sentire ancora di più che la musica non è solo espressione personale: può diventare testimonianza, dialogo, responsabilità. Anche NYCanta mi ha fatta crescere un sacco, ma la Camera l’ho vissuta proprio come uno scatto di consapevolezza.
Cosa vorresti che provasse un tuo coetaneo ascoltando Bruciate tutto per la prima volta in cuffia?
Mi piacerebbe che gli arrivasse un’urgenza, sì, ma anche una scossa; la sensazione che certe cose vanno guardate in faccia, che non possiamo voltarci dall’altra parte, che possiamo scegliere da che parte stare. Se Bruciate tutto riuscisse a far nascere anche solo una domanda in più, per me sarebbe già un successo.








