Motta al PeM!: il report

L’obiettivo principale e dichiarato è quello di presentare Vivere la musica, il primo libro. Però diciamocelo: Motta è a San Salvatore Monferrato stasera sì per partecipare al PeM! Parole e Musica in Monferrato, così come ad altre manifestazioni in giro per l’Italia, ma soprattutto per rivedere facce amiche e stringersi in abbracci virtuali, che mancano tantissimo. Lo si percepisce lungo tutta una sera di chiacchiere, musica e aria fresca (anche un filo troppo).

Il giornalista e co-organizzatore della manifestazione, Enrico Deregibus, come al solito fa da padrone di casa e conduce le chiacchiere con un Francesco infreddolito (“oh ma a Roma c’erano 35 gradi!”) ma molto ispirato. Completo nero a non smentire la fama di personaggio non proprio solare, ma eloquio molto sciolto e divertente, con le risate spesso frenate soltanto dalle mascherine.

Si parla del libro e si parte dalle Spice Girls con un’affermazione alquanto singolare: il cantautore infatti ammette che mentre a tutti gli altri piacevano Victoria o qualche Mel, a lui interessava Emma, e finisce per dire che sua moglie un po’ le assomiglia (Francesco, non spariamole troppo grosse: Carolina è molto più bella di Emma).

Chiacchiera un po’ di infanzia e gioventù: del resto con uno che è arrivato alla fama parlando della fine dei vent’anni una prospettiva cronologica è inevitabile. Il concetto di partenza è Tutti i bambini sono punk, frase riportata nel libro e piuttosto fondata, anche se letta al rovescio (tutti i punk sono bambini). Racconta che la madre, alla quale ha dedicato il volume, a un certo punto gli ha detto che il suo posto era su un palco. “E lì ero nella merda, perché se te lo dice anche tua madre…”

Racconta dei Criminal Jokers, la sua band, importante e seminale, prima dell’avventura solista. Parla di Londra, quando a un concerto dei Violent Femmes passò il disco degli Zen Circus a Brian Ritchie, che se ne sarebbe innamorato tanto da produrli. Il rapporto con Appino e con gli Zen salta fuori spesso, a testimonianza di un legame solido e palesemente sincero.

Sempre a Londra canta le canzoni del primo disco della band, in inglese. E racconta di una ragazza che rimane a lungo ad ascoltarlo ed elogiarlo. E poi gli chiede in che lingua canti. Lì il dubbio di dover passare all’italiano affiora, poi rafforzato dalle parole piuttosto energiche di un vicino di casa.

Si torna un po’ indietro a quando si esibiva su Perdere l’amore di Ranieri e Una lunga storia d’amore di Paoli a 12 anni sul pianoforte di casa. E’ lì che ha iniziato a costruire la propria personale concezione di solitudine, che non ha un’accezione negativa anche perché è sempre accompagnata dalla musica. Che presto si sarebbe trasformata in quella di Velvet Underground, Pixies ma anche Bennato e più tardi Dalla.

Inizia a cantare e subito l’atmosfera si fa carica di quel misto di dolcezza e nervi che riesce a far fluire nelle proprie canzoni. Abbiamo vinto un’altra guerra è la prima, poi chiede gentilmente: “Ne posso fare un’altra?” e siccome qui non si aspetta altro, c’è spazio subito per La fine dei vent’anni.

Poi si torna a parlare, nella fattispecie di Riccardo Sinigallia che nel produrgli l’esordio, il molto e giustamente celebrato La fine dei vent’anni (appunto), gli dice: non devi fare musica bella, devi fare musica tua. Motta arriva a capire come sia fondamentale creare del movimento nelle canzoni, un processo per forza di cose personale. Dice che accantona alcuni pezzi e li riscopre dopo anni, magari con un significato diverso da quello originario.

Racconta di Sei bella davvero, che era nata come “era bella davvero”, poi “eri bella davvero” e comunque non incentrata su una donna transgender, come poi è risultato in ultimo. Si parla del disco nuovo: Francesco racconta di aver lavorato tantissimo fino a dicembre-gennaio. Poi è scoppiata pandemia e alcune canzoni del disco hanno acquistato forza, mentre altre si rivelano “grandissime supercazzole”.

Si parla di talent (“Bob Dylan non avrebbe mai vinto X Factor”) e della strenua e stucchevole ricerca della perfezione che annoia. “Spesso è l’errore che ti fa innamorare di qualcosa, non il perfezionismo“. Poi ecco la vicenda del primo tour, partito da poche date per finire a circa 100. E si parla del prossimo tour, che non si sa quando ci sarà (ma più tardi e in separata sede si sbilancerà su un “aprile-maggio”, ovviamente con scongiuri di rito) ma che può basarsi su una promessa: quando ci sarà il tour la qualità sarà sempre alta.

Poi Francesco, che nella sua vita ha fatto anche il fonico, parla del soundcheck affrontando un classico, cioè quando il cantante chiede al fonico di “alzare la voce in spia”. Di solito il fonico finge soltanto di alzare ma il cantante sente meglio lo stesso. Si tratta, spiega Francesco, di una richiesta di un abbraccio: in realtà il cantante è nervoso per il concerto e chiede soltanto un po’ di conforto. Una volta ottenuto, ecco che “si sente” anche meglio.

La sua opinione sulle dirette da quarantena è piuttosto dissonante con quella della massa: anzi, lo hanno proprio fatto incazzare. E spiega perché: tutti quelli che hanno fatto dirette avrebbero dovuto mettere un cartello in cui dicevano che si scusavano perché la cattiva qualità di audio e video perché non ci sono i tecnici, fondamentali per la buona riuscita almeno quanto gli artisti.

Poi eccolo di nuovo con la chitarra in mano: arriva la già citata Sei bella davvero e Mi parli di te, dedicata al padre e che, come spiega poco dopo, contiene cose mai dette (“Ma quando l’ho cantata in casa per la prima volta c’erano molti fazzoletti in giro”). L’affermazione forte “Il cantautore è un vigliacco in fondo” contiene parti di dolcezza e di timidezza.

A questo proposito si torna a parlare di senso di solitudine quando si parla del palco dell’Ariston, che gli ha riportato alcune emozioni di bambino. “Sanremo non è stato facile: importantissimo dal punto di vista professionale. Ma più vado avanti e meno sono interessato al discorso televisione. Se hai Boombadash oppure Raf e Tozzi prima di te poi come fai a uscire e convincere?”.

Racconta la storia di Dov’è l’Italia, nata a Lampedusa dal racconto del capitano di un caicco: una notte sentì voci che sembravano una radio e invece urlavano, appunto, “Dov’è l’Italia”, ed erano dei poveracci disperati alla ricerca di un approdo.

C’è spazio anche per qualche accenno di polemica sulle discoteche, come del resto da recentissimo intervento sui giornali, e per esprimere un certo sdegno e scoramento nei confronti di una altrettanto recente proclamata e ben nota prostatite. Altro obiettivo polemico della serata è un ben noto tormentone estivo che parla di karaoke, Guantanamera, reggae e spiaggia.

Il Motta musone e malinconico di qualche canzone (non di tutte) non si è presentato all’appello stasera, al suo posto c’è un ragazzone con l’aria un po’ sorpresa e molto divertita che ormai è un eccellente performer anche quando non canta. Del resto, spiega: “Quando non faccio le canzoni rido un botto” e fa ridere anche gli altri, evidentemente. Il finale è piuttosto sul dolce-amaro, parlando di come si esce dalla pandemia e situazioni simili: “Gli stronzi stanno diventando più stronzi e gli stupidi più stupidi. Ma c’è una piccola percentuale di gente che va difesa. Ci dobbiamo essere, non ci sono alternative“.

Poi è ancora tempo di musica: La nostra ultima canzone, Dov’è l’Italia (“questa non la so suonare”, dice, mentendo) e la chiusa “Non esistono canzoni tristi, esistono canzoni tristissime”, e poi attacca Non a Nottingham, un classico dei suoi concerti. C’è una luna perfetta sul Monferrato stasera.

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