A/lpaca, “Make it Better”: recensione e streaming

Posto che se metti uno slash nel nome della tua band mi fai pensare che i soldi che ho speso per fare corsi di SEO lì ho buttati nel cesso, gli a/lpaca pubblicano Make it Better. Christian Bindelli alla voce e alla chitarra, Andrea Verrastro al basso, Andrea Fantuzzi alle tastiere e Andrea Sordi alla batteria – ci dicono del loro stile di fare musica e della voglia di rendere la musica una missione.

Il disco parte dal Beat club, di cui la band dice: “È un luogo fisico e concettuale. Fisico perché è visualizzabile tramite le sue stanze, i suoi corridoi, le sue sale da ballo, e concettuale perché rappresenta gli argomenti di cui è permeato il disco: il desiderio spasmodico di un ambiente a cui appartenere, la volontà di puntare a migliorare se stessi e ciò che ci circonda e, soprattutto, la celebrazione di una gioventù che vive la musica come strumento salvifico, alla costante ricerca di un modo, e quindi di un luogo, per lasciarsi alle spalle le preoccupazioni di un futuro incerto”.

A/lpaca traccia per traccia

Partenza un filo parossistica quella che si consuma con Beat club: voce trasfigurata e ritmi assassini, con un sentore di punk e di industrial ma anche di ironia sottotraccia.

Un po’ di roboticità nel cantato e molta new wave nelle vene di Make it better, title track nonché vibrante esempio di post punk fluttuante e libero da costrizioni, a dispetto della ritmica irregimentata.

Si procede poi con il basso nervoso di Inept, sempre condita da ritmi alti ma anche da sonorità pseudo orientali e da piccoli vortici sonori. Echi di Bauhaus e fantasmi di Joy Division si materializzano qui e là nel pezzo.

Spara alto fin dalle prime battute Hypnosis, sempre su ritmi regolari e vibranti, suscettibili però di variazioni e di accelerazioni brucianti nel finale.

Slave antenna array cambia in termini di vocalità ma non di espressività quasi industrial. La parte psych specifica è appaltata a tastiere tanto vintage quanto impazzite.

Un ritmo quasi da Black Sabbath sorregge Chameleon, ma l’artiglieria qui è utilizzata in modo abbastanza semplice e lineare, con qualche spettro tossico che si aggira.

Si va quasi sul glam con I am Kevin Ayers, che non ha molto di Canterburyano (semmai un po’ di Bowieiano) ma molto di curioso, con qualche effettino vocale che fa un po’ Rock’n’roll robot.

Citadel accelera ancora un po’ e si fa rapidissima, con un battito quasi impossibile da seguire. Il disco si chiude sui binari della Lokomotiv, che ha un che di sovietico, ma anche di krautrock, al di là del titolo; il brano finisce per allungarsi, allargarsi e travolgere tutto quello che rimane.

Forza furibonda ma bene imbrigliata quella che gli a/lpaca esprimono, per mezzo di un disco molto compatto e coerente dalla prima all’ultima traccia. Uno stile vivo e molto personale, a dispetto delle numerosissime e molto interessanti influenze che ci siamo divertiti a riconoscere nell’arco dell’album.

Genere musicale: psych rock

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