Alba Caduca: “Uomo nuovo”, la recensione

Mettere in copertina un bambino con una pistola è già una scelta di campo: questo il soggetto della cover di Uomo nuovo, l'ultimo lavoro degli Alba Caduca. Il gruppo friulano svolta, dopo esordi più sperimentali, verso un rock più lineare ma non per questo rinunciatario.

Alba Caduca traccia per traccia

Si parte da Vivo, già abrasiva di partenza, con momenti differenti all'interno del proprio tracciato ma con idee molto chiare. NQO accelera ulteriormente e si affida a un drumming intenso, ben accompagnato dal basso. Una chitarra con funzioni malinconiche risuona sul fondo, anche se nella seconda parte del brano si fa più aggressiva a propria volta.

Si perde in rivoli elettronici di introspezione Aniel, dalle atmosfere più oscure di quanto sentito finora dalla band. Ci sono inserti elettronici anche in Exodant (come un uomo sulla Terra), che costruisce un ricco sottobosco sonoro, per poi lasciare spazio a una seconda parte di canzone a rabbia crescente.

Già su di giri fin dall'incipit invece Buco di pietra, il primo dei due brani con l'intervento di Matteo Dainese; il brano però si dimostra in grado di modulare lo sforzo, di abbassare i toni per poi riprovare a crescere. "In un buco di pietra/come eremiti di massa" è il verso che chiude la canzone, nonché la frase simbolo del disco e di come gli Alba Caduca vedono l' "Uomo nuovo".

Ci si prende qualche piccola pausa sonora con la veloce ma moderata Scarti di stelle, e non si alza drasticamente il volume nemmeno in Prenderti mai, che anzi si distingue per mettere in evidenza soprattutto i tratti melodici.

Più veloci i ritmi di Vado in fa, che si presenta particolarmente giocata sulle percussioni e su idee accelerate. No man's land ha atteggiamenti più dialettici, alza la voce ma senza fare terra bruciata intorno, mette in rilievo un drumming piuttosto articolato. Il discorso si chiude su Non ti basta, che di nuovo si dimostra in grado di mettere fianco a fianco tratti di melodia e ritmi robusti e suoni molto sostanziosi. Il finale catastrofico funge da catarsi per un disco che ha molte ansie da smaltire.

Piace, degli Alba Caduca, la capacità di ammorbidire e indurire i toni a piacere, di mescolare melodia con durezza, sassi con velluto. Piace anche, e parecchio, la capacità di costruire testi sempre significativi, e di cantarli con la rabbia opportuna. Ma oltre alla rabbia ci sono altre facce che la band riesce a mettere nella giusta luce, grazie a una sostanziale competenza strumentistica e a brani spesso piuttosto ispirati.

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