Alberto Turra: intervista e recensione

Dopo il disco live_in_solo pubblicato a fine 2017, Alberto N.A. Turra ribadisce l’importanza della prassi improvvisativa catturata nel momento della sua più alta forza comunicativa, il concerto, in questa occasione presentato con il proprio trio nella performance forse più significativa di fine “It Is Preferable Tour”, pubblicata sotto il nome di Live at Easy Nuts Lab.

Il trio nasce alla fine del 2017 con la volontà di Turra di verificare la tenuta del proprio repertorio, fino ad allora presentato in solo nel tour del disco Filmworks (Felmay, 2017) (solo-live in seguito pubblicato nel disco It Is Preferable Not To Travel With A Dead Man da Chant Records-NY e Felmay-Torino nel novembre 2017), attraverso la consolidata pratica del trio guitar/bass/drums.

L’occasione si è presentata con un concerto nella splendida “venue”, studio di registrazione, spazio artistico multidisciplinare di Roberto Zanisi, l’Easy Nuts Lab, luogo nel quale Maurizio Nardini e lo stesso Roberto hanno predisposto che le condizioni di una registrazione live fossero del miglior livello possibile.

Il risultato è questo disco che Turra descrive come “il necessario tributo e ringraziamento al talento, alla cura e alla sensibilità che questi due diavoli, William e Stefano, hanno speso nel rileggere, prova dopo prova, concerto dopo concerto, una musica che mai avrei creduto si potesse scolpire e trasfigurare fino al punto di tale intensità”. Abbiamo rivolto qualche domanda ad Alberto Turra.

Dopo il live in solo del 2017, prosegue la “prassi” del live, questa volta in trio. Mi pare di capire che si tratti di qualcosa di più profondo e radicato della classica “fotografia di un momento storico”: ci vuoi parlare delle motivazioni che ti hanno spinto a questo nuovo disco?                  

In verità il significato di “cattura di un frame live” è stato importante sia per il disco in solo che hai citato (occasione inedita fino a quel momento) sia nel caso del trio. Per quanto riguarda il trio si aggiunge forse il fatto che questa cattura è avvenuta a tour quasi finito, quindi con il materiale musicale da una parte collaudatissimo e dall’altra quindi pronto a strappi improvvisativi ancora più arditi, cosa che consiste esattamente in ciò che ci interessa di più cioè l’interplay inteso come quel lavoro di scavo che porta le nostre relazioni a rinnovarsi e sorprendersi a ogni concerto.

Non ho avuto modo di ammirarvi dal vivo e perciò per me il disco è una scoperta a tutti gli effetti. E vorrei sapere se raggiungere la sintonia, a volte magica, che si avverte, è stato frutto di lavoro incessante oppure spontaneo.

Come dicevo poco fa l’ingrediente ci pare essere lo sforzo costante di sorprendersi reciprocamente. È il paradosso magico che chiunque si occupi di improvvisazione affronta ogni momento: attraverso un lavoro di allenamento costante produrre qualcosa nell’istante che abbia la verità della spontaneità, dell’immediatezza.

Vorrei sapere che cosa ha fatto sì che sceglieste proprio quella sera all’Easy Nuts Lab per registrare il live.

L’occasione che il nostro caro amico Roberto Zanisi ci ha proposto è stata la seguente “voglio testare il mio studio in recording live concert, vi va?” E abbiamo organizzato. Abbiamo ascoltato qualche giorno dopo e realizzato che di questa registrazione dovevamo farne assolutamente qualcosa. Chant Records da New York e Felmay da Torino hanno risposto con una prontezza e un entusiasmo inaspettati, ed eccoci qua.

Mi sembra che, soprattutto rispetto ai tuoi lavori da solo, qui la linea sia tutto sommato più moderata e più vicina a quella di un jazz, non voglio dire “classico”, ma sicuramente non troppo estremo. E’ stato un rientro in una sorta di comfort zone? 

A me sorprende e incuriosisce moltissimo che a te dia questa sensazione. Ho sempre pensato il contrario, cioè che le altre mie cose fossero più confortanti di questo trio… forse in effetti dovresti venire a sentirci live.

Non mancherò! Penso che suonare insieme sia uno dei modi migliori di conoscere una persona. E perciò vorrei pregio migliore e difetto peggiore dei tuoi due bandmates.

Di entrambi direi che la cosa migliore e peggiore che posso descrivere è sicuramente il fatto che vogliano ancora suonare con me, cosa di cui, per inciso, non sarò mai abbastanza grato.

Risposta diplomatica… che si merita quindi la solita, inutile domanda più da fan che da giornalista: hai lavorato con nomi di grandissimo prestigio. Ma se ne dovessi scegliere tre per il prossimo disco, (italiani o stranieri, vivi o morti, scegli tu), chi indicheresti?    

Un disco in duo con Scott Amendola e un disco in studio in trio con Shanir Blumenkranz e Kenny Grohowski (cosa che in effetti già esiste sotto il nome di Keter ma solo sul tubo in un live al Nublu).

TAAN Trio traccia per traccia

Si parte da Darvish, ingresso quasi timido, ma presto rumoroso, e orientaleggiante nel disco, i tre strumenti subito in grado di ritagliarsi spazi importanti e significativi.

Ha un inizio sommesso anche Trevor, che poi si modella sulle linee del basso per acquisire un fluidità ma anche una forza montante e sempre più elettrica.

La seguente Toni Boselli guizza con rapidità, coinvolgendo in primis gli strumenti a corda in un dialogo fitto e sempre più intricato.

Tessiture molto strette anche per Balcano, una delle più vicine alle scuole classiche del jazz.  Ecco poi Andrea Rainoldi, che sale gradualmente di colpi, offrendo un grande senso di libertà all’ascoltatore.

Wights waits for weights, al di là dei giochi di parole del titolo, gioca anche con ritmi e suoni, introducendo un po’ di funk nella miscela.

Si recupera in serietà con Black Madonna, partenza sopita e oscillante, poi gli istinti che prendono sempre più il sopravvento. Il finale è epico, con interventi elettronici che rendono anche più frenetica la situazione.

E’ ancora il basso ad aprire If you want me to stay, cover di Sly and the Family Stone e perciò altro pezzo con forte carica funky, ovviamente poi declinata in modi molto fantasiosi dal trio.

Si chiude con Cellule, altra partenza tenue che sale di tono un po’ alla volta, seguendo la sezione ritmica in una sorta di scala in ascesa, per arrivare a un finale davvero “cattivo”.

Disco di grande abilità per il TAAN Trio guidato da Alberto Turra, in cui le virtù strumentistiche e compositive dei tre musicisti sono esaltate dalle possibilità dell’improvvisazione.

Genere: jazz, post rock

Se ti piace il TAAN Trio assaggia anche: La macchina di Von Neumann

Pagina Facebook