Bad Profile, l’intervista: volevamo capire chi eravamo diventati

Bad Profile, l’intervista: volevamo capire chi eravamo diventati

Ci sono copertine che raccontano moltissimo della band che le sceglie: è il caso della spaccatura, piena di lava, su The Other Side, il nuovo ep dei Bad Profile. Band alternative rock milanese, influenzata dall’alt-rock americano, dal post-grunge e dall’hard rock ad alto impatto emotivo i Bad Profile pubblicano cinque canzoni dal carattere vario con l’esplicito intento di suonarle il più possibile dal vivo.

Sette anni ci separano dal vostro debutto con One More Time. In mezzo c’è stata una pandemia globale e un profondo periodo di riflessione. In che modo questa pausa forzata ha plasmato il suono più maturo e oscuro di The Other Side?

La pausa ci ha costretti a fermarci, cosa che probabilmente non avremmo fatto spontaneamente. Prima della pandemia eravamo molto concentrati sul fare, sul suonare, sugli eventi, sui concerti. Poi tutto si è fermato e abbiamo avuto il tempo di guardarci un po’ più dentro.

Questo disco nasce anche da lì. Non volevamo semplicemente riprendere da dove avevamo lasciato One More Time. Volevamo capire chi eravamo diventati nel frattempo.

Crediamo che la maturità di The Other Side venga proprio da questo: non abbiamo cercato di sembrare più maturi, abbiamo semplicemente scritto a partire da esperienze più adulte, da perdite, contraddizioni, paure e consapevolezze diverse. Anche per questo il disco è più diretto e, in alcuni momenti, più oscuro.

La copertina dell’ep mostra una frattura. Qual è questo “altro lato” che avete esplorato e cosa rappresenta per voi quella crepa?

La crepa è il simbolo che tiene insieme tutto il progetto. Tutti abbiamo una parte che mostriamo e una parte che magari nascondiamo. A volte la frattura cerchiamo di coprirla, altre volte siamo costretti a guardarla. The Other Side nasce proprio dal momento in cui decidi di guardare oltre quella crepa.

Ma non significa necessariamente trovare una soluzione. Significa attraversare quello che c’è dall’altra parte: la rabbia, la paura, la verità, il futuro, l’amore, la perdita. Per questo la copertina non rappresenta una ferita da guarire. Rappresenta una frattura attraverso cui può passare qualcosa.

A metà disco arriva The Man From The Future. Come è nata un’immagine così cosmica e sci-fi all’interno di un disco così carnale?

È nata quasi come una necessità di cambiare prospettiva. I primi due brani sono molto legati all’individuo: alle sue bugie, alle sue paure, alla propria immagine. Con The Man From The Future abbiamo fatto un salto enorme e abbiamo provato a guardare l’essere umano da lontano.

Siamo nel 3047, ma scopriamo che la tecnologia non ha necessariamente cambiato ciò che conta davvero. C’è una frase che per noi è il centro del pezzo: “Love is still the same“.

E poi il discorso si allarga ancora: il tempo finisce, il sole muore, le stelle si spengono. Alla fine rimane una domanda molto umana: cosa resta di noi?

È probabilmente il brano più lontano, come ambientazione, dagli altri, ma allo stesso tempo è quello che porta il discorso dell’ep oltre l’individuo. 

L’ep è stato interamente autoprodotto, ma avete scelto il BRX Studio di Marco Barusso per registrazioni, mix e master. Quanto ha influito questo ambiente milanese nel catturare l’urgenza live?

Molto. Avevamo un obiettivo preciso: non volevamo fare un disco costruito soltanto per funzionare in cuffia o sulle piattaforme digitali. Volevamo che questi pezzi avessero un corpo anche sul palco.

Il fatto di lavorare in uno studio come il BRX, con Marco Barusso, ci ha permesso di mantenere quella fisicità ma allo stesso tempo di darle una forma precisa.

L’autoproduzione ci ha lasciato completamente liberi nelle scelte artistiche, mentre il lavoro in studio ci ha aiutato a trasformare quella libertà in un suono concreto. L’ep è stato registrato, mixato e masterizzato al BRX nel febbraio 2026.

Avete un background live che arriva fino al Whisky a Go Go. Ora che The Other Side è fuori, come state preparando la trasposizione sul palco di brani emotivamente così densi come Follow Me Down?

La sfida è non perdere sul palco quello che c’è dentro le canzoni. Follow Me Down, per esempio, ha una componente molto intima. Ma non vogliamo trasformarla in una semplice esecuzione “corretta”. Deve avere la stessa tensione che ha avuto quando è stata scritta.

Allo stesso tempo, gli altri brani hanno una fisicità molto forte. Quindi il live sarà necessariamente un equilibrio tra momenti più introspettivi e momenti in cui bisogna semplicemente alzare il volume e suonare. In fondo è anche il motivo per cui abbiamo scritto questo ep pensando fin dall’inizio al palco.

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