sokind, l’intervista: l’identità è qualcosa che si costruisce

sokind, l’intervista: l’identità è qualcosa che si costruisce

E’ uscito venerdì 25 settembre controluce, il nuovo album del duo sokind: un lavoro sui colori del pop e dell’indie, che sceglie, per la prima volta nella storia del progetto, la lingua italiana come veicolo di espressione.

controluce è il primo disco in cui abbiamo scritto tutto in italiano. Molti brani partono da esperienze reali, ma durante il lavoro cambiano parecchio: testo, produzione e arrangiamento si influenzano a vicenda e alla fine non ci interessa ricostruire i fatti in modo fedele. Ci interessa che la canzone funzioni e che resti qualcosa in cui possa riconoscersi anche chi non conosce la storia da cui è partita

I brani parlano soprattutto di relazioni, intese in senso ampio. Ci sono rapporti finiti, legami rimasti sospesi, attrazione, distanza e difficoltà nel capire quando avvicinarsi o lasciare spazio. Altri pezzi si concentrano invece su solitudine, identità, lutto, memoria e sul modo in cui si prova ad andare avanti dopo un periodo difficile. Non c’è una storia unica che attraversa il disco: ogni traccia parte da una situazione diversa.

Molte canzoni nascono da esperienze reali, soprattutto di Massimiliano. Durante il lavoro con Lorenzo, però, quegli episodi vengono riscritti e modificati: testo, produzione e arrangiamento si influenzano a vicenda fino alla versione definitiva. Il punto non è documentare ciò che è successo, ma usare un’esperienza concreta come punto di partenza per una canzone. Ecco la nostra intervista.

Passaggio all’italiano

controluce segna un passaggio cruciale nella storia dei sokind con l’adozione della lingua italiana. Cosa vi ha spinto a compiere questa scelta rispetto alle vostre prime uscite in inglese e in che modo ha cambiato la scrittura dei brani?

Il passaggio all’italiano è nato da un limite molto concreto: non essendo madrelingua, ci siamo resi conto che con l’inglese riuscivamo ad arrivare soltanto fino a un certo punto. Potevamo scrivere una canzone, ma non sempre riuscivamo a dire esattamente quello che volevamo dire, con tutte le sfumature di cui avevamo bisogno.

Passare all’italiano ha cambiato radicalmente il nostro modo di scrivere. I testi sono diventati molto più intimi e diretti e, soprattutto, sentiamo che ci rappresentano di più. Avere una padronanza completa della lingua ci permette di entrare maggiormente nelle storie, nei dettagli e nelle emozioni, senza avere la sensazione di dover semplificare quello che vogliamo raccontare.

Entrando nel merito del disco, controluce mette in campo un bilanciamento molto misurato tra l’architettura elettronica delle produzioni e la forma della canzone d’autore italiana. Come avete lavorato per fondere questi due mondi senza che uno prevalesse sull’altro?

Di solito i brani nascono da una melodia, da alcune frasi e molto spesso dal ritornello. È da lì che iniziamo a costruire tutto il resto, anche se non abbiamo mai avuto un metodo rigido: prendiamo spunto da qualsiasi cosa ci circondi e lasciamo che ogni pezzo trovi il proprio equilibrio.

Lo stesso vale per il rapporto tra voce e produzione. Non abbiamo una regola per cui una debba necessariamente lasciare spazio all’altra: cerchiamo piuttosto la giusta compensazione tra tutti gli elementi. Quando la voce emerge maggiormente rispetto alla base è sempre una scelta precisa. In Ricordi, per esempio, abbiamo volutamente mantenuto la produzione molto minimale proprio per lasciare più spazio al testo e all’interpretazione.

Non ragioniamo molto in termini di categorie o paletti. Ci interessa che l’elettronica si incastri bene con la componente pop, che abbia una propria identità e che aggiunga sempre qualcosa al brano. Ci piace lavorare molto sulle texture, inserire piccoli elementi sonori che contribuiscano a creare un ambiente intorno alla canzone.

E ci piacciono molto anche i contrasti. Temporale, per esempio, ha un testo molto triste su una produzione decisamente più luminosa. Questo tipo di ossimoro musicale ci interessa perché crea una tensione tra quello che viene detto e quello che si ascolta, e spesso è proprio lì che troviamo lo spazio per sperimentare.

Aspettative e mancanze

In Fantasmi affrontate il tema dell’incertezza e del rifiuto di dover per forza definire chi si è. È un sentimento che ha influenzato anche il vostro modo di concepire la musica per questo progetto?

Fantasmi parla soprattutto di quello che gli altri si aspettano da noi. Nelle relazioni, amorose e non, capita spesso che le tante sfumature di una persona vengano semplificate, ignorate o addirittura distorte, fino a restituirci un’immagine nella quale magari non ci riconosciamo più.

È un tema a cui teniamo molto. Ci piace pensare all’identità non come a qualcosa di completamente dato e immutabile, ma come qualcosa che si costruisce anche attraverso il riconoscimento degli altri. In un certo senso, diventiamo anche ciò che gli altri riescono a vedere e a riconoscere di noi, e quando questo riconoscimento manca o viene deformato può nascere una distanza molto forte tra ciò che sentiamo di essere e ciò che viene percepito dall’esterno.

Musicalmente, però, non viviamo le definizioni come un problema. Per orientarci diciamo pop elettronico o it-pop, anche se non sentiamo di appartenere completamente a un genere preciso. Quello che ci interessa davvero è arrivare ad avere un suono che sia riconoscibile come sokind.

Durante la lavorazione di controluce abbiamo anche sperimentato con cose che si allontanavano parecchio dal suono complessivo del disco. Alcune non sono finite nell’album, ma non le abbiamo affatto abbandonate. Adesso che stiamo lavorando al live, alcune di quelle idee stanno tornando fuori e vogliamo capire fin dove possiamo spingerle.

In fondo tutto controluce parte da qualcosa di personale: dentro ogni canzone ci sono la nostra emotività e le nostre esperienze. Poi inevitabilmente le storie vengono un po’ trasformate e romanzate, perché a un certo punto devono smettere di appartenere soltanto a noi e diventare canzoni.

Un aspetto centrale dell’album è la dimensione delle relazioni umane, esplorate tra vicinanza, distanze e legami sospesi. C’è un filo conduttore emotivo o un messaggio di fondo che lega le diverse storie raccontate nei dieci brani?

Se dovessimo trovare un filo comune tra i dieci brani, probabilmente sarebbe la mancanza, insieme al bisogno di comprendersi. controluce parla molto di relazioni che finiscono, che cambiano o che sfumano sotto i nostri occhi, spesso senza che possiamo davvero controllarle. Ed è forse proprio questa perdita di controllo uno degli elementi che ritorna di più nel disco.

Ci interessa molto anche il tema dell’accettazione, ma non intesa come rassegnazione o amarezza. Piuttosto come la capacità, col tempo, di guardare indietro con un sorriso anche a qualcosa che ci ha fatto soffrire. Sale nell’acqua parla esattamente di questo: accogliere il dolore invece di cercare di cancellarlo o reprimerlo. In fondo, il dolore che proviamo dopo la fine di una relazione è anche la cartina tornasole dell’importanza che quella relazione ha avuto per noi. E magari, un giorno, riusciremo perfino a riderci sopra.

Non vogliamo però dare risposte definitive. Preferiamo raccontare sentimenti e situazioni, lasciando a chi ascolta lo spazio per riconoscersi. Se c’è un consiglio implicito, forse è proprio quello di non avere paura di attraversare certi sentimenti.

Anche il titolo controluce nasce da questa idea. Le situazioni raccontate nel disco vivono spesso nell’ambiguità, ma allo stesso tempo hanno contorni molto netti. Ci piace pensarlo come una sorta di silhouette dei sentimenti: non vedi tutto nei dettagli, ma la forma resta chiarissima.

Immaginario visivo

Avete curato in totale autonomia non solo la musica, ma anche l’artwork, le fotografie e i dieci Official Visual del disco. Come nasce la scelta di sviluppare l’immaginario visivo in parallelo con la lavorazione dei brani?

L’immaginario visivo non nasce necessariamente nello stesso momento in cui nasce un brano, ma comincia a formarsi già durante la scrittura. È un po’ come quando si legge un libro: da una parte capisci quello che c’è scritto, dall’altra inizi inevitabilmente a costruirti delle immagini nella testa. Per noi succede qualcosa di molto simile con le canzoni.

Mentre scriviamo e produciamo, iniziamo già a immaginare atmosfere, scene, colori e sensazioni visive. Poi, man mano che il brano prende forma, anche quell’immaginario diventa più preciso.

Per noi è molto importante avere controllo anche su questa parte del progetto. C’entra la coerenza, il piacere di costruire tutto internamente, il fatto che abbiamo competenze diverse e complementari e anche la volontà di non separare troppo la musica da tutto ciò che la rappresenta visivamente.

La scelta di utilizzare un unico set e una camera fissa per i dieci Official Visual nasce soprattutto da questo: volevamo creare continuità tra i brani e dare l’idea che facessero parte dello stesso universo, pur mantenendo ognuno una propria identità.

Per noi è quasi fondamentale che una fotografia, una cover o un visual vengano percepiti come parte dello stesso progetto. Non vogliamo che il comparto visivo sia semplicemente qualcosa che accompagna la musica: deve contribuire a costruire l’identità di controluce.

Pagina Instagram sokind