Bartolini, “Penisola”: recensione e streaming

Di Chiara Orsetti

Bartolini, Giuseppe Bartolini all’anagrafe, è un nuovo piccolo fenomeno musicale. I riflettori si sono puntati su questo giovane talento, classe 1995, in seguito alla pubblicazione del suo primo album, intitolato Penisola. Un mix ben riuscito di cantautorato nuova scuola, britpop e new wave d’oltreoceano, che ha la caratteristica di farti entrare fin dal primo ascolto nell’atmosfera leggera e frizzante delle varie tracce.

Bartolini traccia per traccia

Quest’anno sono morto tre volte a furia di ascoltare la gente

Si comincia con finta spensieratezza con il brano Sanguisuga. Voce distorta, sovrapposta a se stessa, in un’analisi sulle difficoltà di essere se stessi, di doverci fare i conti, e di sapere che anche chi ti circonda può avere qualcosa da recriminare. Siamo fuori di testa ricorda il Weee deficiente del collega pontino, forse per l’atto, estremamente potente, di poter urlare un ritornello liberatorio e universale.

Quando finisce il vento andiamo a festeggiare

Iceberg affonda le radici nella musica da spiaggia, quella che si canta mentre si rinnova il colore alle pareti mangiando pancakes glassati. Eppure mentre io sto male tu stai meglio, ci si allontana mentre il mare sembra sempre più lontano, ma la musica continua a suonare, e probabilmente noi a ballare.

Parlami del panico, sono anni che ci abito

Millennials è un pezzo difficile. Non certo musicalmente, visto che si presenta perfetto nel suo abito meno frizzantino ma molto più pungente. Siamo tutti uguali, sentimenti uguali e un’analisi sulla situazione della generazione dei millennials, confusi, super connessi ma con una gran voglia di farsi i cazzi propri, e spesso prede del panico e degli eventi.

Rifletterò su cosa voglio diventare da grande

Con Lunapark, scelta come primo singolo di Penisola, racconta di relazioni che finiscono, di respiri fatti a pezzi e di luoghi che restano sospesi. La tradizione del pop italiano si fa sentire per la maggiore, con sprazzi di anni ’80 riarrangiati alla moda degli ultimi anni.

Non sia mai che io sparisca per un’ora e mezza

Si prosegue con Follow e con il suo allegro tentativo di comprendere una relazione distratta ai tempi dei social network: follow non ricambiati, solitudini negate e umore sballato dai tempi di risposta. Esasperato dalla quarantena se vogliamo contestualizzarlo a queste settimane, ma incredibilmente reale.

Mi sembra che mi manchi se ho dato il nome tuo al cuscino

Profilo falso è il mio tormentone di Bartolini. Non so per quale ragione è stata la prima canzone che ho ascoltato, forse incuriosita dal titolo. Anche qui si parla di condivisione, di distanza, di affetto. Di sofferenza nascosta male, di tiri di sigaretta abbandonati nei portacenere. Sono solo fatti miei? Credo, ma continuo a cantare lo stesso.

Se non mi ammazzo è solo per mia madre / Io non volevo diventare grande

Altro singolo estratto è Non dirmi mai, evidentemente scelto per il potenziale radiofonico evidente.  Non dirmi mai che pensi a lui è disarmante e allo stesso tempo risuona nelle orecchie e va a chiamare le gelosie che abbiamo tutti dentro, ognuno a suo modo. Anche la parte musicale riesce a essere potente, creando uno dei pezzi meglio riusciti dell’album.

Ti piace l’arte ma non guardi i dischi a casa mia

Un intro di sola chitarra per Roma, che sa di serenata a una città che è diventata tua. Pullman e tramezzini, parcheggi in centro che non si trovano e porte di metro che si chiudono dietro di te, di responsabilità scaricate e di conseguenze spesso inevitabili.

Se fossi qui / Vorrei abbassare la musica e sentirti parlare

Arriva poi Penisola, che prosegue con il mood voce in evidenza e poco altro intorno. C’è la solitudine e la voglia di non smettere di condividere, di stare insieme. C’è la voglia di ascoltare l’altro, di non smettere di donarsi.

Due giorni fa ti ho fatto spazio qui da me / È strano tu sia ancora qui

Un mondo che non fa per me e un rifugio sicuro quello creato in Astronave. Non si guida, non si lavora, non si soffre, si sta come bambini in vacanza, senza pensieri e senza ricordi che fanno male. Anche in questo brano gli ingredienti sono ben bilanciati, tra voglia di lasciar andare la testa e momento di “presabene”.

Ho spento un accendino / che non sai nemmeno / che io l’ho tenuto quando me l’hai dato

Il viaggio conclude con I love America. 7 del mattino e riflessioni sul male che fanno le ferite aperte e su viaggi mentali in motorino che portano ovunque, ma sempre nello stesso posto.

Sound giusto, cuore in mano, voce un po’ scazzata, paranoie condivisibili. Bartolini continuerà sicuramente a cavalcare l’onda positiva che lo ha portato a essere una delle uscite più interessanti degli ultimi tempi.

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