Senza avere la pretesa di essere enciclopedici né esaustivi, per passare agosto 2026 abbiamo deciso di raccontare, a modo nostro, e quindi con un po’ di ironia e molto rispetto, le storie relative a venti band che hanno plasmato, in modi spesso molto diversi, le sonorità e le idee dei decenni successivi. Ecco chi c’è stato #primadinoi
E’ difficile dedurre una band da un paio di canzoni, soprattutto se molto famose. Una band si intuisce spesso dalle canzoni più oscure, quelle che non dovevano entrare nel disco e invece poi. Quelle che conoscono soltanto i fan più accaniti, quelle che gli altri tendono a dimenticare e invece riemergono al momento giusto ed è lì che ti si rivela il mondo.
E tuttavia, se dovessimo spiegare i Baustelle a partire da due canzoni molto famose avremmo gioco abbastanza facile. Anzi, neanche due canzoni: due personaggi, Charlie di Charlie fa surf e la giovane suicida di La guerra è finita.
Non perché questi due personaggi possano spiegarci l’universo concettuale del gruppo, né perché nei brani ci sia il concentrato di tutti i suoni. Ma proprio per la scelta di descrivere due gioventù agitate, sbagliate, preda dei venti. Per il taglio romantico e romanzesco delle vicende. Per quella sfrontatezza timida e contraddittoria che si riscontra nelle loro canzoni. Per tutti gli sbagli raccontati e forse, in qualche modo anche digeriti, compresi, giustificati, di fronte all’insensatezza del mondo. Ascolti quei due brani e capisci subito che non sei di fronte a una band come le altre.
Cantiere aperto
I Baustelle si formano nel 1996 a Montepulciano, in Toscana. Artefici sono Francesco Bianconi e Claudio Brasini, che fin dall’adolescenza suonano in band della zona, come The Subterraneans. Quando decidono di fare qualcosa di più serio e centrato, capiscono di aver bisogno di una presenza femminile. Alla loro porta si presenta una giovanissima Rachele Bastreghi e, al netto di numerose variazioni future per quanto riguarda la sezione ritmica, il nucleo rimarrà questo.
Il nome è tedesco e significa “cantiere”, “lavori in corso” e giù di lì. Roba da umarell, in teoria, cosa curiosa per un gruppo che in realtà saprà raccontare dei giovani particolarmente realistici. Una lunga gavetta fa da prologo al primo album, che esce nel 2000 e che sia chiama Sussidiario illustrato della giovinezza (appunto). Lo produce Amerigo Verardi, lo pubblica Baracca & Burattini e fa cadere parecchie mascelle.
Il curioso mix fra canzone d’autore, synth pop, romanticismo vintage, sconcezze contemporanee, eleganza decadente e quello sguardo così in tralice sul presente non lascia indifferenti, vince svariati premi e colloca i Baustelle tra le realtà emergenti più interessanti. Gomma, La canzone del riformatorio, Le vacanze dell’83 fanno già mostra del talento (anche) pop della band, nonché quella specie di vetro fané attraverso il quale osservano la realtà.
Ci mettono tre anni a realizzare il disco successivo, La moda del lento, che aumenta l’elettronica e diminuisce l’elettricità, ma concettualmente è in diretta continuità con l’esordio: Arriva lo ye-yé e Love affair i singoli, con un certo spazio a esplorazioni musicali piuttosto articolate.
Romantici a Milano
Arriva il 2004 e un contratto con Warner, che allarga gli orizzonti, e anche i cordoni della borsa, per consentire a Bianconi e compagni di mettere mano a un disco che abbia i suoni giusti e le possibilità di fare “il salto”. E il salto si fa: ecco La Malavita, prodotto da Carlo Ubaldo Rossi, con le sue “parole nere di vita”, a raccontare una serie di personaggi che camminano sui cornicioni dell’esistenza.
Dopo l’introduzione Cronaca nera, che ha anche la funzione di accentuare i caratteri noir del suono e della narrazione del gruppo, ecco la già citata La guerra è finita, con il suo movimento ascensionale di archi e la vivacità incerta nel narrare la vita che si spezza di una sedicenne senza speranze.
Ecco poi Sergio e il suo mondo blu, di pillole e di cure che non si trovano. Ecco Revolver, la sua dark lady e i suoi movimenti sonori eleganti ma muscolari. Ecco che vola Il corvo Joe e il suo inno alla diversità. Ecco le storie dagli orizzonti vasti, ma vuoi, de I provinciali, con la sua “estetica/anestetica“.
Ecco Un romantico a Milano, che si ispira alla vicenda umana dello scrittore Luciano Bianciardi, toscano trapiantato nel nebbioso capoluogo lombardo negli anni Sessanta: i malesseri di un intellettuale in una città ancora in espansione, ma capace di soffocare. Il brano è fra le cause principali del successo del disco, anche grazie al video che la accompagna. L’album fa definitivamente esplodere la band, che si esibisce anche al Festivalbar. Bianconi inizia a essere richiesto anche come autore, per esempio da Irene Grandi per la quale scrive Bruci la città.
Soprattutto inizia a diventare riconoscibile uno stile, una firma quasi, del gruppo, che fa canzoni immediatamente identificabili e del tutto personali, per taglio, scelta di argomenti, scrittura, qualità. Sempre con quella malinconia che toglie spesso la voglia di vivere, ma lascia sorrisi amari.
Ritmi forsennati
Il successo si riverbera almeno fino al disco successivo, Amen, che esce nel 2008, sempre prodotto da Rossi, con la già nominata Charlie fa Surf, ma anche Colombo, Baudelaire, Il liberismo ha i giorni contati, per un disco da 17 pezzi (due ghost track) e oltre un’ora di musica. Targa Tenco, nuovo successo di pubblico di critica e consolidamento nel novero delle band più influenti italiane.
Il ritmo peraltro non si abbassa: nel 2010 è già tempo de I mistici dell’Occidente, prodotto da Pat McCarthy, a sottolineare come la band sia ancora in fase di espansione e tenti di varcare i confini, almeno per quanto riguarda suono e collaborazioni.
Le rane e Gli spietati sono i singoli estratti e incominciano a delineare qualche cambio d’umore nella scrittura, ora più aperta anche a buone dosi di ironia, non sempre così evidente nei dischi precedenti.
Nel 2013 esce invece Fantasma, il primo autoprodotto, con ulteriore estensione dell’uso degli archi e anche una sorta di “ritorno a casa”, a Montepulciano: non che la patria sia mai stata negletta, tuttavia qui una parte del disco è registrata all’interno della Fortezza Medicea della città, e si utilizzano anche gli organi a canne della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù di Montepulciano Stazione e del Duomo di Montepulciano per registrare contributi al disco.
Tra il 2017 e il 2018 si collocano invece i due volumi de L’amore e la violenza, anticipati da Amanda Lear, che ribadisce il successo ma anticipa anche un periodo di pausa per la band.
Dialoghi con il futuro
La discografia dei Baustelle racconta di una produttività non comune: oltre alla pubblicazione serrata di dischi, mediamente uno ogni due o tre anni, c’è anche una quantità di canzoni veramente considerevole, quasi tutte in grado di far dialogare molto bene il pop con la canzone d’autore, offrendo prospettive sempre diverse.
Perciò la pausa di silenzio, che poi dura cinque anni, non venti, non arriva inaspettata. E tuttavia eccoli a inizio 2023 a ripartire con Elvis, a fare Sarà perché ti amo con i Coma_Cose a Sanremo, a scrivere per Tommaso Paradiso, a fare uno split ep con I cani. Insomma a partecipare da protagonisti anche alla scena più recente, che ha ascoltato i loro dischi e ne ha fatto tesoro.
E a questo proposito, è storia recentissima quella di El Galactico, album uscito nel 2025 e seguito da El Galactico Festival, tour concepito proprio per dare spazio, oltre alle loro canzoni, anche al talento di numerosi personaggi in rampa di lancio, come Emma Nolde, Marta del Grandi, Neoprimitivi.
La missione di una grande band in effetti è anche questa: costruire le proprie fondamenta solide, certificare la propria voce e il proprio stile, ma una volta saliti tutti i gradini, provare a gettare uno sguardo a chi sta ancora salendo la scala e dare una mano. Anche gli artisti emergenti, alla fine, non sono altro che giovani agitati, da inserire in qualche nuovo Sussidiario.

