Ci sono artisti che non sentono il bisogno di apparire, che spariscono dai social quando non ci sono album o tour da promuovere, che di fondo, se potessero, starebbero volentieri dietro le quinte, componendo le loro canzoni, dando forma alla propria arte, lontano dai riflettori e dall’esigenza di esserci per forza.
Caparezza, al secolo Michele Salvemini, è senza dubbio uno di questi. Eppure, quando torna in scena, lo fa in maniera magistrale. Lo dimostra, oltre al suo storico, anche l’ultima tappa del suo tour estivo legato all’uscita di Orbit Orbit, vincitore della Targa Tenco come miglior album in assoluto: un trionfo di luci, colori, scenografie maestose, costumi di scena, videoproiezioni.
Il bello, però, è che tutto questo fa solamente da contorno alla grandezza del personaggio che quel palco lo calca, lo vive, lo fa somigliare a quello che ha immaginato per regalarlo anche al suo pubblico. Un pubblico che, bisogna dirlo, è a dir poco adorante: a Genova, al Balena Festival, le file per entrare sono iniziate fin dal mattino, in un’altra calda giornata estiva; tutti, giovani e meno giovani, in trepidante attesa di poter rivedere il loro artista del cuore, che fa un tour ogni quattro anni, “proprio come i mondiali, così la Nazionale può venire a vedermi”, come ha scherzato lo stesso Caparezza.
Oltre alla musica, al colore e all’immaginario, Caparezza costruisce il suo spettacolo anche attraverso una serie di interventi narrativi che accompagnano il pubblico fra una canzone e l’altra. Si parte con Il banditore, introdotta da ballerini armati e mascherati che fanno da coreografia all’ingresso in scena, per poi arrivare a Il pianeta delle idee e Io sono il viaggio, momenti in cui le scenografie si fanno monumentali e lasciano spazio al racconto dell’idea che ha dato origine all’intero progetto: il viaggio dentro Orbit Orbit, il pianeta dell’immaginazione.
È qui che l’artista spiega il significato più profondo di questa nuova dimensione creativa, nata non solo da un cambio di linguaggio ma da una vera trasformazione personale.
“Mi sono trasformato in uno sceneggiatore di fumetti – racconta dal palco, spiegando come il passaggio al mondo del fumetto gli abbia permesso di esplorare una nuova identità artistica -. Orbit Orbit diventa così l’onomatopea dell’immaginazione, intesa come “l’unica autentica forma di libertà che ci è rimasta”, una libertà capace di esistere anche nelle situazioni più difficili, “anche in manette, anche in catene, anche dentro una gabbia”, proprio come quelle che nel linguaggio del fumetto racchiudono le tavole.
Il vulcano delle idee
Un pianeta fantastico, colorato e creativo, dominato da un vulcano pronto a eruttare idee, ma che può attraversare anche momenti di buio: “A volte nella vita di tutti arrivano momenti orrendi” racconta Caparezza, spiegando come anche il luogo dell’immaginazione possa ingrigirsi e perdere la propria energia. Il cuore dello spettacolo diventa allora il racconto della rinascita, del modo in cui è riuscito “a riattivare il vulcano delle idee” e a tornare a esplorare quel mondo fatto di possibilità, visioni e fantasia.
Un mondo in cui siamo accompagnati, tutti noi spettatori, per mano. Per ogni brano c’è una visione, un racconto, un colore. Caparezza scherza, intrattiene, racconta, spiega cosa si nasconde dietro le sue intenzioni di musicista e di uomo. Per ogni data del tour, poi, il fumetto prende vita anche sul palco grazie al progetto realizzato con Emergency: in ogni città un fumettista o una fumettista realizzano dal vivo un’illustrazione ispirata allo spettacolo.
A Genova è toccato ad Andrea Ferrari, che ha avuto occasione di raccontare la sua storia davanti al pubblico. Una volta terminato il tour, tutti i disegni andranno all’asta e il ricavato sarà destinato ai progetti dell’associazione fondata da Gino Strada.
I brani scorrono, passando dai capisaldi come Mica Van Gogh, Vengo dalla Luna e Ti fa stare bene fino a Chinatown, Come la musica elettronica e Curiosity. Si canta, ci si stupisce, si fanno riflessioni collettive su ciò che ci circonda, sull’universo e chi lo abita oltre all’essere umano, sulle piccole cose di ogni giorno e che appartengono a tutti, come, banalmente, il tempo che passa.
Il gran finale arriva annunciato da Una Chiave, uno dei momenti più narrativi dello spettacolo. Qui l’artista allarga la prospettiva del brano raccontando la storia di un bambino palestinese costretto a fare i conti con la nascita dello Stato di Israele e con le conseguenze di un conflitto più grande di lui. La “chiave” diventa allora non solo quella per aprire una porta interiore, ma anche il simbolo della possibilità di resistere, immaginare e cercare una via d’uscita anche quando il mondo intorno sembra chiudersi.
E poi si balla, ancora, rigorosamente con il corpo in Liguria e il cuore in Puglia, come è giusto che sia in una serata come questa. Con lui, sul palco, i musicisti Alfredo Ferrero alla chitarra, Gaetano Camporeale alle tastiere, Giovanni Astorino al basso e violoncello, Giancarlo De Trizio alla batteria e l’immancabile Diego Perrone, seconda voce e cori. Le coriste e, a tutti gli effetti, anche parte fondamentale dello spettacolo, sono Antonè (Antonella Sgobio, vincitrice, peraltro, dell’ultima edizione di Genova x Voi, il talent dedicato agli autori di canzoni) e Martina Landriscina.
SCALETTA
1. Il banditore
2. Il pianeta delle idee
3. Io sono il viaggio
4. El sendero
5. A Comic Book Saved My Life
6. Gli occhi della mente
7. Mica Van Gogh
8. Vengo dalla luna
9. Ti fa stare bene
10. Pathosfera
11. Chinatown
12. Darktar
13. Come la musica elettronica
14. La scelta
15. Abiura di me
16. La fine di Gaia
17. Curiosity
18. Una chiave
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19. Fuori dal tunnel
20. Jodellavitanonhocapitouncazzo
21. Vieni a ballare in Puglia

























