Come peraltro nei suoi dischi, Carmelo Pipitone è abbastanza incontenibile anche al telefono: lo intervisti e sei travolto, al momento, soprattutto dalla voglia che ha di suonare dal vivo e che traspare praticamente da tutte le risposte che ti offre.

Del resto l’ex Marta sui Tubi e ora attivo sia come solista sia come parte fondamentale di gruppi come O.R.k. (con LEF, Colin Edwin dei Porcupine Tree e Pat Mastellotto dei King Crimson) e Dunk (con Ettore e Marco Giuradei e Luca Ferrari dei Verdena) deve fare ascoltare in giro le canzoni del nuovissimo Segreto pubblico, album forte e massiccio come da tradizione, ma anche fluido e sorprendente.

Partiamo dall’ossimoro del titolo: in un’epoca in cui tutti sembrano conoscere i segreti degli altri, a volte anche inventandoli, perché “Segreto pubblico”?

Come dici tu è un ossimoro, che attira tanta immaginazione: puoi farti un viaggione di quelli ermetici. Vuole essere semplicemente una citazione di Scerbanenco, che disse che a quanto pare in ognuno di noi si nasconde una bestia che può commettere atti orribili. Sulla scia di questa dichiarazione con un mio amico ci siamo fatti un “viaggio” per descrivere questo percorso. E’ il lato oscuro di ognuno di noi in tutte le sfaccettature.

Posto che il precedente Cornucopia mi sembrava un disco particolarmente riuscito, sono lontano dal vero se dico che qui dimostri di essere anche più a tuo agio con questa cosa del lavorare da solista?

Ti ringrazio! Probabilmente per me sarà più evidente più in là. In questo momento sono ancora molto concentrato su quello che sto facendo. Devo dire la verità: in maniera inconscia mi provoca delle belle vibrazioni. Probabilmente è la giusta evoluzione di un artista, il lasciarsi andare tra le onde e vedere se si è capaci di riuscire a tornare a riva.

Mi sembra che rispetto al disco precedente ci sia più attenzione alla “forma canzone”, qualunque cosa essa sia, e un po’ meno teatralità. Una scelta progettuale o una conseguenza spontanea del lavoro di scrittura?

Credo che sia una cosa abbastanza spontanea. In realtà non mi impongo mai di dare una direzione. Per riprendere la metafora del mare, la cosa che mi piace è che sono le onde a comandare dove il tuo corpo debba andare ad approdare. In questo lavoro ho messo più a fuoco alcune tematiche, che probabilmente per me sono importanti. E non sono necessariamente quelle dell’omicidio o del femminicidio. Tutte cose che esistono nel mio disco ma che sono una metafora per quelle cose che non mi sono mai spiegato e vorrei tanto che venissero chiare più a me che agli altri. Il lato oscuro di cui sopra, insomma.

Ci sto lavorando. Probabilmente mi sento più a mio agio cercando di essere più “nudo” possibile. Secondo me sarà un buon percorso immaginario per la mia futura musica.

Lo trovo anche un po’ meno giocoso, probabilmente. Figlio della situazione circostante oppure era materiale che avevi già pronto prima della pandemia?

Era materiale che era già pronto: calcola che praticamente avevo chiuso il disco a gennaio 2020. Erano tutte tematiche cupe che venivano da prima, non mi sarei mai immaginato, come nessuno di noi, una cosa del genere. Ma comunque è attualissimo. Sono probabilmente quelle tematiche che ti porti avanti a prescindere dall’epoca in cui vivi. Un po’ come parlare dell’amore e dell’odio.

C’erano alcune canzoni già scritte un anno e mezzo fa. Altre invece le ho improvvisate e ci ho lavorato su, nel giro di quattro-cinque mesi avevo la rosa di canzoni che poi sarebbero andate a comporre Segreto pubblico. E’ meno giocoso probabilmente perché sono più grande. Volevo dire: più vecchio.

Nei video mi sembra prosegua il discorso “fisico” che hai già fatto a partire dalle foto di “Cornucopia”, soprattutto ne “Le mani di Rodolfo”. Mi racconti qualcosa a proposito dei due video?

Il rapporto con il corpo per me è sempre stato fondamentale. Mi sono sempre visto cambiare. Fino ad alcuni anni fa cambiare in meglio, da un momento all’altro è cambiato tutto in peggio e l’asticella si è abbassata tantissimo, quello che è successo non lo so… (ride)

Non soltanto fisicamente ma anche mentalmente, attacchi di panico e tutta una serie di problemi per non farci mancare niente… Per me sono importanti Le mani di Rodolfo: è stato il primo pezzo che ho scritto e volevo immaginare queste mani tanto amorevoli che in realtà possono anche uccidere.

E’ tutto raccontato dalla vittima: queste mani che per lei sono state soltanto belle, protettive, calde, a un certo punto vengono a mancare, addirittura nell’atto estremo riescono a spegnere la sua vita. Ma lei non riesce a immaginare che queste mani possano mai essere cattive. Anche nella morte accetta questa condizione: una cosa terribile.

Gabrié è il fantasma di un mio amico e con il regista volevamo dare l’impressione di un’anima che si aggira tra i vecchi ricordi, più che altro miei legati alla sua vita.

La canzone che hai fatto più fatica a scrivere?

Forse Ogni giorno e io: sono due testi che Ettore Giuradei mi ha gentilmente prestato, li ho uniti, ma la cosa più difficile era cercare di non banalizzarli. Cercare di essere un po’ più attento anche a una sorta di metrica più legata al suo modo di cantare.

Infatti se ci fai caso è un modo un po’ cantautorale di affrontare questa storia, che non mi appartiene tanto. Forse è quella più difficile ma allo stesso tempo quella più gratificante: quando poi ho sentito Ettore e mi ha detto che l’avrebbe fatta esattamente allo stesso modo mi ha riempito di orgoglio.

Non tantissimi ospiti ma piuttosto ben selezionati sul disco. Ce ne vuoi parlare?

Ci sono dei turnisti che tramite LEF sono venuti a darmi una mano con i vari “soletti” di sax per esempio. Ma la persona cui sono più legato è Jacopo Pierazzuoli, il batterista, con il quale andrò in giro per portare, quando sarà possibile, lo spettacolo dal vivo.

Come dici tu ci sono piccole comparsate mirate, perché mi prendo la colpa dei miei errori, non voglio che siano gli altri a pagarne le conseguenze… Tutto nasce dalla collaborazione con Lorenzo Esposito Fornasari (LEF), che è anche il cantate degli O.R.k., altro mio progetto, che qui funge da produttore artistico. Con lui mi sono trovato già bene con Cornucopia e così abbiamo deciso di continuare questa specie di sodalizio artistico che ci dà tanta soddisfazione. Anche perché facciamo veramente quello che ci pare e piace.

A che punto sono le varie band di cui sei membro?

Qualcosa che bolle in pentola c’è sicuramente con gli O.R.k. Questo periodo di lockdown, così nefasto, è servito a noi per lavorare ognuno da casa al nuovo disco, che probabilmente vedrà la luce nell’arco del 2021. Speriamo bene: il disco è già chiuso, ci siamo portati avanti con i lavori, abbiamo iniziato addirittura a limare e a fare un pre-mix. Quindi direi che siamo abbastanza avanti.

C’è poca soddisfazione non per il disco ma per aver fatto tutto a distanza. Noi già eravamo abituati a lavorare così, ma non così tanto. Nemmeno vederci, nemmeno con LEF, perché gli altri vivono chi a Los Angeles chi a Londra. Ma così anche con lui non ci siamo visti. E’ mancata quella fisicità che per me è così importante come dicevamo prima. A prescindere dalla “carcassa” che mi sta abbandonando (ride ancora). Comunque è un disco secondo me validissimo che ci farà fare un bel giro di concerti un po’ ovunque.

E poi i Dunk ovviamente, altro progetto attualmente in vita. Ci siamo visti poco tempo fa per registrare un live in streaming che poi è andato in onda per i vari social, promosso dalla Latteria Molloy di Brescia. Eravamo felici di rivederci e questo ha fatto scattare la voglia di tornare a fare musica insieme, probabilmente tra un paio di mesi dovremmo rivederci e si spera bene.

Tu che a Sanremo ci sei stato con i Marta sui Tubi, come giudichi questa “invasione indipendente” degli ultimi anni?

L’altro giorno ho letto un articolo proprio riguardante questa apertura nei confronti della musica indipendente da parte di Sanremo. Tra i primi ci siamo stati anche noi: mi ricordo che qualche annetto prima c’erano già stati i Marlene Kuntz e gli Afterhours, ma nella nostra edizione (2013, Ndr) parteciparono un bel po’ di personaggi interessanti tipo gli Almamegretta. Forse fu l’anno più “intellettuale”, non era soltanto “sole, cuore, amore”. C’era qualcuno che aveva qualcos’altro, non necessariamente di più interessante, ma di più profondo da dire.

Per quanto mi riguarda è stata una bellissima esperienza. Riguardo al nuovo Sanremo ho letto e visto poco ma per me va benissimo: penso ci sia una sorta di riciclo delle persone. Prima probabilmente il pubblico di Sanremo aveva una certa età, ora guarda altro e il Festival è diventato per i più giovani. C’è una fascia d’età che va dai 20 ai 50 anni che è più interessata e visti i trascorsi e le esperienze ha iniziato ad ascoltare qualcos’altro e non necessariamente Nilla Pizzi.

Come passi il tempo ora che hai un disco fuori ma non puoi ancora suonare dal vivo?

Be’ intanto faccio le interviste! Almeno cerchiamo di sfogarci e parlare di quello che abbiamo fatto in quest’anno. Si spera anche di riuscire a concretizzare il lavoro perché per noi è importantissimo. Parlo di noi musicisti ma anche dei tecnici e di tutti quelli che lavorano intorno a uno spettacolo.

E’ importante andare in giro, fare la nottataccia, essere distrutto e continuare ad andare in giro a suonare. Per cercare di far stare meglio le persone, per far ascoltare la propria musica, per far sì che la gente possa divertirsi in qualche maniera. Per noi è fondamentale quello: fare i dischi sta diventando una cosa che puoi fare da casa senza nessuno sbattimento.

Invece ci dev’essere proprio la vita vissuta che poi potrai riportare nei tuoi testi, nella tua musica, nei tuoi accordi. E’ fondamentale che si fori una gomma del furgone in autostrada, perché parlerai in qualche maniera di quella sfiga che ti ha tenuto sotto il sole in autostrada per due ore… E’ importante che ci sia anche quel tipo di emozionalità. Perché da casa puoi immaginare tutto, ma è come essere in carcere: devi avere veramente un’immaginazione fervida o far leva sui tuoi ricordi. Ma qui si ha voglia di vivere storie nuove e di poterle raccontare.

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