C’è una fragilità che appartiene a un’intera generazione e che raramente trova il modo giusto per essere raccontata. È quella sensazione di camminare su una superficie sottile, sospesa tra possibilità e incertezze, tra il desiderio di costruire il proprio futuro e la paura di non riuscire a trovare un posto nel mondo. Cecilia Barra ha scelto di partire proprio da lì per dare forma a like thin ice, il suo primo singolo da solista.
Cantautrice, musicista e produttrice, Cecilia arriva a questo debutto dopo un percorso che l’ha portata ad attraversare mondi diversi: dalla formazione jazzistica agli studi internazionali, passando per l’esperienza con i Fool Arcana e un continuo confronto con linguaggi che spaziano dal neo-soul all’R&B contemporaneo, fino alla tradizione del cantautorato italiano. Il risultato è una scrittura personale e delicata, capace di raccontare il disorientamento senza rinunciare alla speranza.
In questa intervista ci ha raccontato la nascita di like thin ice, il passaggio da un progetto condiviso a una visione artistica completamente autonoma, il valore dell’incontro tra culture diverse e le sfide che oggi deve affrontare chi sceglie di costruire un percorso indipendente. Sullo sfondo, una convinzione che attraversa tutto il suo racconto: la musica continua a essere uno strumento di connessione autentica, soprattutto in un’epoca che sembra premiare l’apparenza più della sincerità.
Like thin ice racconta quella sensazione di instabilità che spesso accompagna i vent’anni, tra sogni, aspettative e paure. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa canzone sarebbe diventata il manifesto del tuo percorso solista?
Non so se saprei identificare un momento preciso: penso che, fin dalle prime note e dalle prime frasi che ho messo insieme, ho sentito una connessione speciale con quello che stavo scrivendo. Fin da subito ho percepito che le immagini che stavo cercando di evocare con il testo riuscivano a rappresentare bene quello che volevo fosse il mio universo musicale.
Sembra una banalità, ma spesso noi cantautori, nonostante abbiamo ben in mente cosa vogliamo dire, facciamo fatica a trovare un modo efficace per farlo e con like thin ice sono stata abbastanza fortunata a riuscirci. Ora sarà bello scoprire se riesce ad arrivare anche al pubblico!
Dopo l’esperienza con i Fool Arcana hai deciso di intraprendere un cammino completamente personale, occupandoti anche di scrittura, arrangiamenti e produzione. Qual è stata la sfida più grande nel passare da un progetto collettivo a una visione artistica interamente tua?
Penso che la sfida più difficile per me sia stata accettare che ero l’unica e sola fautrice del destino del progetto. La completa libertà creativa è un privilegio enorme, ma può anche fare una paura immensa.
Quando le decisioni le devi prendere da sola e non c’è nessuno che ti dica cosa va e cosa non va bene, che ti insegni la via o ti dia conferme quando ne hai bisogno, devi saper essere solida nelle tue scelte. Imparare a non dubitare troppo di se stessi e, ogni tanto, anche abbandonarsi all’idea del possibile fallimento non è facile per nulla; ho dovuto iniziare ad accantonare il mio perfezionismo da sorella maggiore e le mie insicurezze, cosa che ancora sto imparando a fare.
In un contesto di band o duo, come nel caso di Fool Arcana, sei coccolata dalla presenza del parere di un’altra persona, cosa che viene a mancare quando sei una main artist e devi prenderti il cento per cento delle responsabilità.
Nella tua musica convivono il cantautorato italiano, il jazz, il neo-soul e l’r&b contemporaneo, influenze maturate anche grazie ai tuoi studi e ai viaggi tra diverse città del mondo. Quanto conta oggi l’incontro tra culture diverse nel tuo modo di comporre?
Conta veramente tantissimo: una delle cose che più mi ha arricchito in questi anni è stato il confronto con altre culture e musicisti che arrivano da un background diverso dal mio.
Mentre la passione per il jazz e il neo-soul è arrivata quando volevo, stupidamente, evadere da quella che pensavo fosse la “banale” musica italiana, conoscere la musica togliendomi le lenti del sistema occidentale e accademico mi ha permesso di confrontarmi con i miei limiti e mi ha spinta ad esplorare.
Allo stesso tempo mi ha paradossalmente riavvicinata alle mie radici, facendomi riscoprire e apprezzare sonorità che davo per scontate; vedere la musica della mia terra ascoltata da orecchie che non la conoscevano è stato molto interessante e ha risvegliato una necessità di riconnessione alle mie origini che non mi sarei mai aspettata.
Essere un’artista emergente nel 2026 significa muoversi in un settore che richiede di essere musicista, comunicatrice, imprenditrice e spesso anche produttrice di se stessa. Che cosa significa per te costruire una carriera indipendente in questo momento storico?
Provare a costruire una carriera musicale nel 2026 è una grandissima prova di coraggio e mette a rischio la tua sanità mentale, non lo nasconderò ahahah.
Bisogna avere tanta pazienza e crederci anche quando la frustrazione prende il sopravvento, oltre che concentrarsi sul positivo più che sul negativo. Purtroppo, in un mondo iper-performativo e comandato dalle apparenze e dai trend, soprattutto sui social, è facile perdere la bussola e dimenticarsi il motivo per cui si intraprende questa strada.
Per me è importante ricordarmi che voglio prima di tutto essere genuina e sincera in quello che faccio, raccontando di me e delle mie esperienze senza troppe patine e fronzoli, perché solo così riesco a connettere con il pubblico, che è sicuramente il mio obiettivo principale.
Dietro ogni progetto ci sono spesso persone che il pubblico non vede mai: musicisti, produttori, tecnici, collaboratori, amici e familiari. Chi sono le figure “invisibili” che stanno contribuendo alla nascita del tuo universo artistico e quanto è importante il loro supporto nel quotidiano?
Nel mio piccolo, in generale, cerco sempre di dare più visibilità possibile a tutti coloro che fanno parte della mia rete di supporto.
Dal giorno zero cito quanto sono importanti per me i ragazzi della band con la quale condivido la mia musica ormai da due anni e mezzo: per affetto, ma soprattutto per immenso rispetto, lascio loro sempre lo spazio che penso si stra-meritino e mi affido molto al loro giudizio e alla loro opinione.
Giacomo Zorzi soprattutto, tastierista e produttore bravissimo, mi ha dato una mano enorme nella ricerca del mio suono e mi ha spinta sempre ad andare oltre; ma anche le chitarre di Davide Ballanti, i bassi di Enrico Palmieri e le batterie di Marco Campanale hanno dato un tocco fondamentale ai miei brani, tant’è che ora non riuscirei ad immaginarli senza di loro.
Una new entry nella squadra che però ha messo la sua creatività e artisticità senza paura è Simone Bertorello, che con il suo mix e master mi ha aiutata ad elevare il progetto.
Tutti loro mi hanno fatta sentire compresa e sostenuta e, con grande generosità, hanno condiviso la loro conoscenza e maestria, cosa che per me non ha prezzo.
Hai dichiarato di sentirti vicina sia alla tradizione di autori come Lucio Dalla e Fabrizio De André sia ad artisti contemporanei come Hiatus Kaiyote, Jordan Rakei e RAYE. Se potessi far ascoltare like thin ice a uno di loro e ricevere un solo commento in risposta, da chi vorresti che arrivasse e cosa spereresti di sentirti dire?
Che domanda difficilissima, aiuto! L’idea di poter scegliere solo uno di loro per un feedback già mi crea un’ansia indicibile, figurarsi riuscire ad immaginare cosa vorrei che mi dicessero!
Forse mi piacerebbe ricevere un commento da Jordan Rakei, in quanto trovo le sue produzioni di un gusto incredibile ed è un musicista che ammiro tantissimo. Non saprei dirti cosa spererei di sentirmi dire: è già solo un sogno pensare che possa dedicare del tempo ad ascoltare un mio brano.
Forse una delle cose che più desidererei sarebbe avere una sessione di scrittura con lui per poter ammirare il suo processo creativo e provare ad esserne parte. Mettermi alla prova con un musicista del suo calibro e della sua esperienza sarebbe una sfida meravigliosa, oltre che un onore immenso.

