C’mon Tigre, “Habitat”: la recensione

Habitat è il quarto album dei C’mon Tigre, un lavoro che unisce influenze provenienti da ogni angolo del pianeta e aggiungendo agli stilemi jazz africani ed elettronici tipici dei precedenti lavori nuove sonorità figlie della musica sudamericana.

Con quasi dieci anni di carriera alle spalle e tre dischi ampiamente apprezzati dalla critica specializzata, i C’mon Tigre tornano con nove tracce che racchiudono a pieno l’essenza del progetto, quella di un duo dal respiro internazionale in cui musica e arti visive si influenzano costantemente per raggiungere vette di sperimentazione ancora inesplorate.

A conferma della sua portata globale e cosmopolita, Habitat contiene una serie di collaborazioni straordinarie, dall’afrobeat di Seun Kuti, erede di Fela Kuti, alla voce di Xênia França, brillante artista brasiliana di San Paolo, passando per una figura di spicco della musica sperimentale internazionale come Arto Lindsay e Giovanni Truppi, tra i cantautori più interessanti della scena alternativa italiana.

C’mon Tigre traccia per traccia

Piuttosto sinfonico l’incipit del disco, con Goodbye Reality e i suoi fiati a introdurre il lavoro su ritmi tranquilli ma non statici, garantiti da un drumming particolarmente vivo. Atmosfere tropicali si affollano, mentre la voce infonde toni caldi.

Ecco poi The Botanist, che può contare sull’apporto di Seun Kuti: il tropicalismo si conferma e anzi si intensifica, in un brano piuttosto ballato e non privo di contrasti. Ecco poi Xenia Franca su Teen Age Kingdom, singolo di anticipazione, come peraltro il brano precedente, questa volta in grado di muoversi su toni più scuri e con l’elettronica pronta al dialogo.

C’è un sentimento rock blues che domina 64 seasons, appassionata ed elettrica, anche sorprendente per modi e suoni. La voce si incarica di aggiungere qualche tono aereo a un pezzo che nella sostanza è molto radicato a terra, a prescindere da qualche escursione finale.

Voci orientali e desertiche si alzano proprio alla prima battuta di Nomad at Home, che poi insegue teorie e viaggi variegati, sempre appoggiando le sonorità con una certa gentilezza. Tristezza e cuori spezzati nel testo spagnolo di Odiame, brano che risale a una poesia di Federico Barreto, musicata da Rafael Otero López, e qui ravvivato da suoni elettronici e qualche glitch, per far dialogare passato e futuro senza passare dal presente.

Giovanni Truppi offre invece un testo e un cantato che si muove tra sogno e incubo, con Sento un morso dolce: il panorama descritto fa a gara con le danze tribali che i C’mon Tigre regalano al brano.

Na Dança Das Flores, a dispetto del titolo, è sostanzialmente un brano dai sapori jazz, quasi alla Cole Porter, cantato in inglese. Anche se poi si riserva qualche spazio dove aggiungere fantasia e percorsi differenti.

Si chiude in grande con Keep Watching Me, che accoglie la collaborazione di Arto Lindsay, che presta voce e chitarra a un brano che procede a strappi, per un brano gentile e strano, dolce e formicolante.

Pare che l’Habitat ideale dei C’mon Tigre sia il mondo, soprattutto a giudicare da questo disco: non magari proprio tutto il mondo, visto che l’Occidente ricco e grasso lascia poche tracce, ma quello del sud del mondo, più giovane, fresco, vivo e attivo.

Ma al di là dei discorsi mondialisti, piace sempre l’atteggiamento di costante ricerca e confronto che si percepisce da ogni traccia e, si potrebbe dire, da ogni suono che arriva dal disco, analogico, elettronico, africano, asiatico o americano che sia. Con un occhio alla struttura e al senso, e senza lasciarsi mai prendere da derive strumentali.

Genere musicale: world music, alternative

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