Cristiano Godano, “Mi ero perso il cuore”: la recensione

Mi ero perso il cuore è l’esordio solista di Cristiano Godano. Un esordio relativo, visto che stiamo parlando di un cantante, chitarrista, scrittore e attore, ma soprattutto del frontman dei Marlene Kuntz.

Da domani, venerdì 26 giugno, l’album sarà disponibile in digitale, cd e doppio vinile da collezione 180gr (Ala Bianca Group / Warner Music). Godano definisce il disco una “collezione di canzoni che raccontano i demoni della mente”. La versione in vinile contiene la bonus track

Mi ero perso il cuore contiene tredici tracce ed è stato prodotto da Luca A. Rossi e Gianni Maroccolo con Cristiano Godano. Testi e musica di Cristiano Godano. Nell’album hanno suonato, oltre a Godano, Gianni Maroccolo, Luca A. Rossi e Simone Filippi.

Da domani sarà in radio anche Com’è possibile il nuovo singolo estratto dall’album, un brano che mette l’umanità sul banco degli imputati, citando Bob DylanLa risposta è lassù / e soffia nell’aria / Quante strade dovrà / di nuovo percorrere / un uomo?”.

Cristiano Godano traccia per traccia

“Mi ero perso il cuore in fondo a un’infinità/di ingannevoli messaggi e maschere”: un brano e un disco che sono il risultato di una ricerca, prima di tutto. La mia vincita apre il disco con modi placidi e riflessivi. I suoni sono quelli di un’Americana un po’ Dylan, un po’ Springsteen di Nebraska, molto da songwriter.

Sei sempre qui con me accelera leggermente i ritmi ma si fa anche più sognante. Godano si rivolge a una “bella anima”, con garbo e senza alzare la voce, in un’atmosfera particolarmente armonica.

Ecco poi Ti voglio dire, già presentata come singolo. Il passo è quello, poetico, di chi “attraversa valli” scrivendo lettere “con intenti amorevoli”, con un pochino di Paolo Conte sullo sfondo.

Si parla di tempeste e di bestie in Com’è possibile, che ha un passo leggermente più vivace ma sempre influenzato dal folk.

Un po’ più cattiva e insinuante, ecco poi Lamento del depresso, che in realtà è più rock che depressa, ma sicuramente portatrice di lamenti nei confronti di amici non così affidabili. Per chi cerca link con i Marlene, questo è uno dei pezzi il cui mood si avvicina di più a quello della band, soprattutto nella tirata finale contro “l’amico ignobile”, contornata di psichedelia.

Il passo rallenta di nuovo con Ciò che sarò io, storia di una separazione che si consuma quasi sotto gli occhi dell’ascoltatore. Molto rimpianto e qualche falsetto in una canzone tranquilla e dolorosa.

Ammissioni di mancanza quelle che si dipanano in Ho bisogno di te, aiutata dal pianoforte e da cori femminili. Fitti movimenti di chitarra, ma anche la fisarmonica, si manifestano in Dietro le parole, piuttosto muscolare, soprattutto se la si confronta al resto del disco, ma con un testo che è un’altra ammissione di fragilità.

Arriva poi una coppia di canzoni con titoli abbastanza esplicativi: prima Padre e figlio, compassata ma esortativa. Un po’ più appuntita Figlio e padre, che fa emergere nostalgie sonore 70s.

Giro di basso potente e un po’ di elettricità all’interno di Panico, altro brano che può far pensare ai Marlene (ma anche un po’ ai Massimo Volume), con un sax che dardeggia e modi concitati.

Nella natura ha una voce filtrata e un testo particolarmente autocritico, in una ricerca di se stessi non troppo tranquilla. Il disco si chiude, tecnicamente, con Ma il cuore batte, che recupera compostezza, con uno “spaùra” leopardiano e un battito continuo, discorrendo di Kendrick Lamar e di amenità varie, mentre un coro quasi gospel fornisce un po’ di spinta.

C’è spazio (su vinile, come detto) per la bonus track Per sempre mi avrai, con una ritmica irritata e spessa, con risonanze ed echi. Qualche riferimento omerico e classico, non infrequente nella discografia Marlene, fa capolino.

Non delude Cristiano Godano, che si stacca per sonorità dal gruppo di appartenenza scegliendo strade per lo più acustiche, per lo più tranquille, moderando anche un po’ di quell’acido sulla punta della penna che lo ha reso un autore così caratteristico e caustico.

La si potrebbe vedere come un’ammissione di maturità, di tempi che si rallentano, di contemplazioni fatte o da fare. Più probabilmente quello che Godano ha scelto, un po’ da crooner, è semplicemente il modo più adatto per il tipo di racconto che aveva in mente. E il risultato finale conferma la bontà della scelta.

Genere: cantautore

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