Ce lo siamo ponderato qualche giorno, il primo disco da solista di Francesco Bianconi, Forever. Ma ora è tempo di parlarne un po’. Disco registrato ai Real World Studios di Bath e coprodotto da Bianconi con Amedeo Pace (Blonde Redhead), vede la collaborazione del Balanescu Quartet e dei pianisti Michele Fedrigotti e Thomas Bartlett che si alternano nell’esecuzione dei brani. Tra i brani, due pezzi cantati in inglese, Go! con KAZU (Blonde Redhead) e The Strength con Eleanor Friedberger, mentre Rufus Wainwright canta, quasi sempre in italiano, in Andante, e Hindi Zahra canta in arabo su Fàika Llìl Wnhàr. “Non lo dire mai a nessuno che Francesco cerca il bene”

Francesco Bianconi traccia per traccia

Si parte dalle note profonde de Il bene, che avvia sul filosofico il discorso, aiutate anche dal pianoforte, dalla spinetta, dagli archi, dai fiati. Poco Baustelle (soprattutto lato pop), un po’ di Battiato, sicuramente influenze da parte della situazione sanitaria mondiale, visto che il singolo è uscito in piena pandemia (tipo adesso, insomma).

Il pianoforte si ripropone immediatamente anche ne L’abisso, che propone immediatamente immagini tragiche. Ma qui il percorso è meno lineare, prevede variazioni surreali e noir nel testo, mentre la musica si concede aperture quasi psichedeliche e un po’ circensi.

L’Andante è un’indicazione temporale che in musica si colloca tra adagio e allegro. Qui stiamo più verso l’adagio, in un pezzo di innegabile dolcezza che si avvale della voce (e della pronuncia italiana pressoché perfetta, che elimina l’effetto comico degli anglofoni che cantano in italiano) di Rufus Wainright.

Ecco poi Go!, che accostata ai primi tre brani suona quasi allegra e sicuramente un po’ più colorata, ma che mantiene toni drammatici e perfino strazianti qui e là. Senso di dramma che si trasmette in modo integrale anche a Fàika Llìl Wnhàr, in cui la guida è femminile e l’accompagnamento di archi. Grida coordinate e armonie barocche nel finale.

Con un titolo che può far pensare a Neil Young, ecco poi Zuma Beach, che però parla di argomenti di attualità, mescolati e accostati con risultati di surrealtà. Si finisce con un pericoloso bagno nell’oceano, un po’ battesimo e un po’ suicidio.

Si torna all’inglese con The Strength, tutto sommato uno dei pezzi meno sorprendenti del disco, fatto salvo qualche accenno teatrale qui e là.

La curiosa Certi uomini elenca gli scopi di vita possibili, arrivando alla conclusione che chi canta è attratto soprattutto da alcuni centimetri ben determinati del corpo femminile. Quasi Saffo, però con più carne. Questione comprensibile e condivisibile, peraltro. La serietà con cui il discorso è enunciato rende la canzone, morbida e semplice come linee, piuttosto notevole. “Perché io vivo perché ho voglia di morire”.

Un po’ di tragedia dolce si dipana in Assassinio dilettante, con qualche riferimento terrorista (ecco qualcosa dei Baustelle), ma il crescendo tutto mentale del brano potrebbe collocarsi qui e là nella letteratura francese o russa. Si chiude con lo strumentale Forever, chiusa appropriata per l’album.

Ci si aspettava un disco dei Baustelle mascherato da Bianconi? Se era già un “no” prima dei singoli, questi ultimi hanno tolto qualsiasi dubbio in proposito. Ma che l’artista (di lui lo si può dire) vestisse in modo così integrale gli abiti del “cantautore”, seppure attorniato da musica da camera che potrebbe provenire, quasi uguale, da qualche posto dell’Ottocento, non ce lo si aspettava.

Francesco cerca il bene, e probabilmente anche il bello. E qui e là lo trova anche, grazie a un disco che vuole essere importante con tutte le proprie forze e che rappresenta un momento notevole, in un 2020 selvaggio e improbabile. La scrittura sempre originale si sostiene da sé, fa a meno del pop, si racconta da sé. E non c’è bisogno di Amanda Lear, di Charlie, di romantici, di Veronica o di amiche stronze suicide, in questo caso. Francesco canta di Francesco e di storie vicine, e lo fa con voce autentica. Per stavolta basta così.

Genere: cantautore

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