Giardini di Mirò, “Different Times”: recensione e streaming


Si chiama Different Times il nuovo disco dei Giardini di Mirò, che non presentavano un lavoro di inediti dal lontano 2012, con Good Luck. Rinnovata la collaborazione con Giacomo Fiorenza, lo stesso produttore con cui avevano realizzato i primi due album Rise and Fall of Academic Drifting e Punk… Non Diet!,  il disco ha richiesto due anni di lavoro, la solita attenzione maniacale per i suoni, per ogni minima variazione, per ogni singolo dettaglio.

Il tutto finalizzato a ricreare quel mood oscillante tra post rock, psichedelia ed elettronica che da sempre rende i dischi dei Giardini di Mirò delle vere e proprie esperienze sonore. In Different Times ci sono nove brani e 50 minuti di musica, con collaborazioni come quelle con Adele Nigro di Any Other in Don’t Lie, Robin Proper-Sheppard dei Sophia in Hold On, Glen Johnson dei Piano Magic in Failed to Chart e Daniel O’Sullivan nella finale Fieldnotes.

Lo scatto di copertina, a opera di Simone Mizzotti, mostra un campetto da calcio sperso in una periferia qualunque. Solo che quella periferia è in Cina. Ma dalla Cina si torna irrimediabilmente a casa, e allora ecco che le esperienze e le metamorfosi dei Giardini di Mirò, l’equilibrio tra il nucleo storico cavriaghese e i nuovi arrivati che negli anni hanno influenzato il percorso della band rendendolo sempre originale e mai uguale a se stesso, vengono raccontate anche nel libro omonimo (scritto da Marco Braggion e con la prefazione di Carlo Pastore) per Crac Edizioni.

Giardini di Mirò traccia per traccia

Si parte sul lungo con la title track strumentale Different Times (oltre nove minuti) a spiegare in modo placido tutti i rapporti con il post rock internazionale e tutta la voglia di riconnettersi al presente della band.

Il cantato arriva con Don’t Lie, con la presenza di Adele Nigro e un’evoluzione che sa di rock alternativo e malinconie profonde.

Le malinconie non si attenuano, anzi si fanno più pungenti con Hold On, accanto a Proper-Sheppard. La costruzione ritmica è a salire, con accelerazioni improvvise e dolorose.

Le distanze si allargano con Pity The Nation, lenta e suggestiva, ma in grado di scalare le marce, aumentare il passo, introdurre la tromba, moltiplicare i livelli sonori.

C’è un recitato, profondo e oscuro, a presidere ai movimenti di Failed to Chart, con Glen Johnson.

Si rialzano suoni e ritmi con una più sciolta Void Slip, che passa dal minimal al massimo per quanto riguarda volumi e atmosfere.

Landfall è un altro strumentale che attraversa fasi di concentrazione e di diffusione, con contrasti, alti e bassi, ripensamenti di vario tipo.

Si ridimensionano un po’ le sonorità con Under, che in altri contesti potrebbe suonare quasi rock-pop.

Anse lunghe quelle in cui si concentra il cuore di Fieldnotes, suite finale da oltre dieci minuti con la partecipazione di Daniel O’Sullivan, che sviluppa il proprio potenziale di fuoco su un fronte molto vasto.

Ennesima prova di altissimo livello per i Giardini di Mirò, indubbiamente una delle band centrali dell’indipendente italiano, soprattutto in rapporto all’impatto internazionale. Sei anni non hanno portato via neanche un battito di ciglia a talento e intelligenza del gruppo.

Genere: post rock

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