Gran Rivera, “Pensavo meglio/Pensavo peggio”: la recensione

gran-riveraFai uscire due ep a tre mesi di distanza ma li presenti insieme alla stampa? Potresti avere qualche problema. Oddio, “presenti un disco alla stampa” è già un concetto insidioso di per sé, sia per il lato disco sia per il lato stampa. Perciò i Gran Rivera se ne strabattono e presentano un disco con due gambe diverse, Pensavo meglio, uscito a metà settembre, e Pensavo peggio, che uscirà a metà dicembre.

In totale un disco di otto tracce composte, rimaneggiate e registrate in quasi due anni, per raccontare la vita a Milano dopo i 30 anni. È importante sottolineare la questione anagrafica perché la maggior parte dei gruppi musicali dopo i 30 smette. I Gran Rivera invece raddoppiano.

Pensavo meglio esce dopo Aventador, il disco d’esordio della band, del 2013, a cui è seguito un lungo tour in tutta Italia, con importanti opening act ad artisti come The Get Up Kids, Frank Turner e Useless ID. Il video del primo singolo Commozione in circonvallazione è già disponibile on line. È stato girato sui Navigli, casa e bottega dei Gran Rivera.

Gran Rivera traccia per traccia

Il doppio ep/lp intero apre in modo rumoroso con Mi hai lasciato al supermercato: problemi relazionali sono resi espliciti anche grazie a un buon giro di basso e a sonorità potenti. Si diceva dei post trent’anni a Milano e una canzone simbolo del discorso è Commozione in circonvallazione, che cerca di raccontare la città partendo dai sottoscala e dalle facciate delle case. Ritmi rock-pop-rock (o power pop) e qualche clacson. In fondo al Naviglio non c’è niente sceglie strade synth pop ma sempre veloci e ritmate, con il drumming a prendersi una buona fetta di attenzione.

Uova sode chiude il primo ep con ritmiche e approcci che fanno pensare ai primi Foo Fighters. Ma i testi tengono inchiodati al suolo di casa, tra rifiuti da buttare e relazioni con qualche problema, che una chitarra rumorosa non riesce a risolvere.

Se inizia a vent’anni finisce apre con rumori da bar, subito incalzati da sonorità roboanti, ritmi veloci e riferimenti calcistici deprecabili. Che nella seconda parte l’intenzione di picchiare e di accelerare sia quella prevalente lo conferma Luigi, tra le più aggressive dell’album. Mai stati Capaci porta con sé momenti di riflessione, ritmi più lenti, memorie degli anni Novanta.

Se qualcuno potesse chiamarmi un taxi elenca una lista di possibilità (a proposito: ringraziamenti sentiti da parte della categoria dei giornalisti). Il pezzo è leggermente depresso anche se, nemmeno in questo caso, si rinuncia a potenti accelerazioni e a un po’ di sano rumore.

Molta energia ma anche un po’ di ironia nelle tracce dei Gran Rivera, spesso ben scritte e sempre piacevoli. Spezzare in due l’album ha l’effetto di tenere le luci accese sul disco per un periodo più lungo. Ma anche la qualità media delle canzoni, al di là delle operazioni di marketing, merita attenzione e interesse.

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