I Luf, “Delaltèr”: la recensione

lufE’ uscito da qualche tempo il nuovo lavoro de I Luf: esattamente lo scorso 21 giugno, Giornata Mondiale del Rifugiato. Eppure non è mai sembrato così attuale. Del resto, Delaltèr è un concept album sul “viaggio”, quando lo spostamento però non è una scelta fatta per piacere ma per una costrizione che obbliga a spostarsi in un altro paese in cerca di sopravvivenza.

Il titolo del lavoro, Delaltèr, in stretto dialetto Bresciano della Valcamonica, significa “dall’altra parte” in contrapposizione a “de là” è completato dal sottotitolo “Verso un altro altrove”. Una “direzione ostinata e contraria” in un doppio disco dal packaging originale, progettato e pensato da Moreno Pirovano fondatore dello studio Zampe Diverse e impreziosito da un libretto a fumetti e da un poster che ritrae il gruppo sempre in formato comics. I due dischi riportano più o meno gli stessi brani, con il secondo disco a proporre una versione più acustica dei brani.

I Luf traccia per traccia
 Il disco si apre sul giro di basso di Verso un altro altrove, che poi si materializza in una prima esperienza folk dolce-amara. La canzone è centrale per il progetto ed è presente anche in altre due versioni, una delle quali con la partecipazione di Alessandro Sipolo. Si prosegue con Lampecrucis, che utilizza anche il banjo per una ballata ritmata che procede a ondate.
Più ritmo in Ave Maria Migrante, che prende forma di preghiera chiusa dalle cornamuse. Dal folk si zompa fino al country con Delaltèr, la title track,  che utilizza il dialetto per una canzone danzante e agreste. Questa macchina torna all’italiano e ad atmosfere molto tranquille, con caratteristiche di antichi cantautori (Pierangelo Bertoli, per esempio) impressi nel cantato. Don Vecare torna al dialetto e all’atteggiamento saltellante e baldanzoso, su ritmi di folk celtico.
A proposito di celtico, che dire delle cornamuse che tornano per Signora dai lunghi pensieri? Mentre Camminando e cantando, antica canzone brasiliana rifatta anche da Sergio Endrigo, assume toni molto più drammatici all’inizio, rivelando un’anima che ha suoni tzigani. La Luna l’è ‘na randa mata ricorre al dialetto per una serie di metafore e proverbi su melodia morbida, con il cantato che sale di enfasi nel corso del pezzo. Si torna a ritmi molto moderati con Bare a vela, che chiude il lavoro.
I Luf utilizzano strumenti semplici per descrivere una situazione che è tutt’altro che semplice. Pieno riconoscimento alla passione e alla coerenza della band, che rimane nel contesto del folk, soprattutto di estrazione celtica, scegliendo però di variare il tracciato dei pezzi e delle sonorità.
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