Piers Faccini, “I Dreamed an Island”: la recensione

piers-facciniMultistrumentista, poliglotta e pittore, Piers Faccini pubblica il suo nuovo disco I Dreamed An Island. Sesto album per la carriera solista dell’italo-francese, uscito per Beating Drum/Ponderosa Music & Art/Master Music, il nuovo lavoro arriva a due anni di distanza da “Between Dogs And Wolves”. Cantato in inglese, francese, dialetto italiano e arabo, l’album è un’appassionata celebrazione delle diversità culturali e del pluralismo.

Nel suo viaggio immaginario Piers Faccini è la ricerca di un paradiso terrestre in cui coesistenza e tolleranza religiosa esistono e convivono pacificamente e il rifugio dalle tempeste delle intolleranze trova casa in Sicilia, nel 12° Secolo, tra le influenze arabe e bizantine che rendono l’isola una tra le società più avanzate del Medio Evo Europeo.

Nel disco Faccini suona numerosi strumenti a corde, inclusa una chitarra personalizzata dall’aggiunta di mini-tasti per suonare in toni maggiori. Numerose sono le collaborazioni: Simone Prattico, Jasser Haj Youssef, Chris Wood (MMW), Bijan Chemirani, Hilaire Penda, Luca Tarantino, Bill Cooley, Loy Ehrlich (Toure Kunda, Alain Peters), Pat Donaldson (Fotheringay, Sandy Denny).

Piers Faccini traccia per traccia

Il disco si apre con un passo già importante: To Be Sky è una chiara dichiarazione d’intenti e un brano consistente, con le evidenti contaminazioni di folk etnico già presenti ma non predominanti. Ci si muove su passi orientali con Drone, con una miscela di strumenti speziata ma morbida. Qualche idea ritmica più movimentata arriva con Bring Down The Wall, anche qui con qualche idea d’Oriente sullo sfondo ma anche sensazioni folk più occidentali. Il pezzo si anima di personalità nuova e mescola anche qualche idea rock-blues (può venire in mente Pino Daniele, un po’ per il cantato, un po’ per certe scelte ritmiche e di mescolanza).

Cloak of Blue rientra in ambiti più soffici e lineari, avvolti, come spesso nell’album, in tessuti colorati d’Arabie lontane. The Many Were More si presenta in forma leggermente più appuntita ma senza eccedere né in ritmiche né in volumi. C’è qualcosa di spagnoleggiante nell’arpeggio di chitarra iniziale di Judith, che poi adotta un passo tranquillo ma con un lato emotivo ben esposto.

Si circonda d’ombre Beloved, mettendo in evidenza prima il cantato, poi un piccolo ma nutrito sottobosco sonoro piuttosto intricato. Si fa un salto in Sicilia con Anima, ballata piena di vita cantata in dialetto e adatta alla danza. Comets si adagia su ritmi più attutiti, appoggiandosi su un songwriting un po’ più tradizionale ma con qualche variabile sonora sempre presente. Ultima traccia Oiseau, morbida ballata tra Medioevo e Rinascimento, con vasto apporto di strumenti ad arco.

Un disco molto ricco di sensazioni, quello di Piers Faccini. E molto “caldo”, per colori e selezioni sonore, ma anche per scelte di produzione di alto livello. Faccini conferma il proprio profilo di cantautore di qualità con un disco appassionato e realizzato con grande gusto.

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