dec318e7-6c6f-424e-b251-3f4508bc052fMostre, un cortometraggio. E ovviamente un disco: Alessandro Zannier, in arte Ottodix, pubblica il proprio quinto disco, Chimera, dedicato alla fine delle utopie e delle ideologie del XX secolo.

Per portare a termine l’operazione, Zannier/Ottodix si affida a cospicue dosi di elettronica, mescolando ritmi soft e meno soft, e accompagnando il tutto anche con mostre itineranti, come si diceva, e un cortometraggio che sarà proiettato a fine 2014.

Ucronia apre il disco con suoni industrial che si prendono tutta l’introduzione, scendendo poi di un gradino quando appare la voce: il contrasto tra elettronica e cantato ricorda quello che provocano alcuni pezzi dei Depeche Mode.

Meno ovattata della precedente, Apocalisse accelera i ritmi e aggiunge qualcosa in termini di sarcasmo. Si rallenta un tantino con Post, in cui non mancano giochetti sci-fi come atmosfere dalle aspirazioni molto più vaste: il “post” non è relativo al web, ma si intende come post-ideologico, il tema ricorrente di tutto il disco.

Chimere in avvicinamento è un intermezzo strumentale con batterie robuste, mentre il coretto gospel che apre L’ultima chiesa dà presto spazio a una risacca elettronica avvolgente.

Mulini a vento parla per metafore, si esprime su un ritmo medio, anche se a metà brano cambia di passo diventando improvvisamente più incisiva.

Dopo una veloce Golconda, strumentale, si alza l’aggressività con King Kong, che parla in maniera non troppo velata di guerra, Occidente e immigrazione.

Chimera Macchina a vapore acquisisce un passo solenne fin dalle prime battute, con arpeggi orchestrali e atteggiamenti teatrali (qui dai Depeche si passa a numi tutelari più floydiani epoca “The Wall”).

Gli archivi di Tesla apre con un sax piuttosto acido, seguito da un pianoforte molto misterioso. Napoleone è uno dei brani più ritmati dell’album, con un sound piuttosto anni Ottanta, mentre le vicende storiche dell’imperatore francese diventano fonte di parallelismi piuttosto interessanti.

Una volta alzato il ritmo, sembra non ci sia scelta che tenerlo alto: Arpia non raggiunge le velocità del brano precedente, ma di certo non si ammorbidisce e finisce per essere un brano piuttosto pop.

E dopo il nuovo intermezzo strumentale Stormi di uomini volanti, ecco  Fine del futuro, un po’ più sommessa dei pezzi precedenti, ma sempre piano piano il livello della tensione torna ad alzarsi e così l’impatto del brano.

Le città immaginarie torna a proporre sonorità orchestrali, con un ritmo ora più pacificato, anche se la visione idilliaca proposta dal testo appare piuttosto inquietante, oltre che immaginaria.

Un album complesso benché presentato a volte con le forme di un pop non inavvicinabile: Ottodix ha scelto di far passare messaggi cospicui senza però nascondersi dietro arzigogoli sonori.

Anzi, la virtù maggiore del disco sembra proprio la sua accessibilità, che dimostra come si possa parlare di attualità, di politica, di storia e come si possa perfino sperare di accendere qualche lampadina nella testa di chi ascolta, senza utilizzare mezzi arcaici o senza mettere in piedi album-predica.