10603861_10152496002122875_5227305873777995423_oSi chiama Tristi Tropici il nuovo disco dei S.U.S. (acronimo per un concetto piuttosto chiaro: “Succede Una Sega”), che arriva quattro anni dopo il lavoro precedente e che ripropone un lavoro d’autore con ironia e acidità diffusa. Ecco la nostra intervista

Quattro anni sono trascorsi fra i vostri primi due lp: che cos’è successo nel lasso di tempo tra “Il Cavallo di Troia” e “Tristi Tropici”?

Difficile fare il bignami di questi 4 anni. Sostanzialmente abbiamo lavorato. Nel tempo libero, siamo quasi riusciti a estrapolare un manager da noi stessi per poi soffocarlo nel sonno preferendo assecondare la nostra innata inclinazione allo spreco.

Abbiamo fallito tanto e bene. Continuiamo a non saper rispondere degnamente a domande di ampio respiro come questa. Ci puzzano di somme da tirare, di tempo di bilanci, di titoli di coda.

Il titolo del disco è una citazione da Levi Strauss, anche se dentro “Tristi Tropici” c’è poco di tropicale (e tutto sommato anche poca tristezza): un gioco di parole tipo “Musica per sordi”, oppure i Tristi Tropici sono quelli in cui viviamo tutti i giorni?

Nessun gioco di parole. Piuttosto, adottando questo titolo abbiamo cercato la distanza giusta dalla quale mettere a fuoco una sensazione delicatissima, terribilmente fragile, difficile anche solo da sussurrare.

L’obiettivo era restituirla in musica col dovuto rispetto esattamente come Levi Strauss, all’interno del suo libro, riesce splendidamente a estrapolare e legittimare la contraddittoria bellezza dell’animale uomo dalla descrizione limpida, pacata e stupefatta dei suoi riti.

Tristi Tropici è il tentativo di lasciarsi attraversare dall’incertezza, di accettarne le conseguenze senza opporre resistenza.

Avete scelto un museo degli antichi mestieri per la prima parte della lavorazione sul disco: perché questa scelta e che cosa vi ha regalato la location?

Data l’indole meravigliosamente anarchica del nostro produttore, avevamo da subito compreso l’importanza di scegliere uno spazio che potesse offrire ossigeno alle sue intuizioni.

Fabio è un artigiano nomade che porta il suo studio di registrazione  dove annusa l’alchimia giusta per creare legami. E’ così che lavora con la musica. Impensabile ingabbiarlo per due settimane all’interno di stitiche pareti insonorizzate.

Abbiamo contattato questo museo degli antichi mestieri inserito all’interno un’area protetta, un luogo privo di legami col presente custodito da un simpatico ometto che ne conosce a memoria ogni singolo oggetto.

Gli abbiamo spiegato che si doveva utilizzare quello spazio per registrare un disco. All’inizio non era per niente convinto, temendo la distruzione del suo piccolo mondo. Poi  abbiamo visitato assieme a lui il museo, ci siamo addentrati nella sua storia fino a guadagnarci la sua fiducia.

Una volta terminate le registrazioni non siamo più tornati in quel luogo che ha saputo scatenare troppe coincidenze perfette. Non si torna due volte nello stesso sogno.

Due canzoni nascono dai testi poetici di David Napolitano e di Simone Molinaroli. Come nasce il rapporto con loro?

“Abbiamo tutti amato qualcosa che non esiste. Per questo sopravvissuti”. E’ un estratto da una delle prime poesie che mi capitò di leggere appartenente al catalogo di quell’irripetibile esperienza di editoria indipendente che  tutt’oggi risponde al nome di ASS CULT PRESS.

Davide e Simone ne erano i fondatori assieme a Jacopo Andreini e Andrea Betti. Ci aggrappammo agli spigoli della loro poetica potente e inattuale. Iniziammo a collaborare con Simone nel 2009 dando alle stampe un ep autoprodotto dal titolo “La conseguenza di tutto”.

Ho formato con lui il progetto musicale “LFDM – La fine del Mondo”. Davide invece è stato per qualche tempo il mio maestro di arti marziali. Le loro parole fanno ormai parte del nostro immaginario. E’ stato un grande onore saperli soddisfatti dal lavoro finito.