In principio c’era Cuong Vu, trombettista di origine vietnamita che ha saputo farsi apprezzare dal mondo del jazz e anche del pop, come testimoniano le collaborazioni con Pat Metheny, Laurie Anderson e David Bowie.

Vu ha poi deciso di ampliare il discorso e ha imbastito un trio con il bass di Luke Berman e la batteria di Ted Poor. Ma dove si sta in tre, ci si può stare anche in quattro, e con l’ingresso del pianoforte di Richard Karpen, ecco la nascita degli Indigo Mist.

L’ensemble ha deciso di sperimentare la propria intesa con un disco che uscirà il prossimo 4 agosto, dal titolo That The Days Go By And Never Come Again, dedicato a Duke Ellington, Charles Mingus e Billy Strayhorn.

La suite è una vasta sperimentazione elettroacustica, cui partecipano anche alcuni “live electronic iPad performers“, cioè a dire quattro “addetti agli effetti speciali” che sfruttano le magate del tablet Apple per regalare qualche sensazione in più.

Rullo di tamburi e si parte: nel senso che L’Heure Bleue, il primo brano, consiste in un pervicace assolo di batteria, giusto per far capire fin da subito che le convenzioni e le abitudini non sono tenute, diciamo così, in grande considerazione.

Senza soluzione di continuità si passa a Indigo Mist, dove ci accoglie una ventata gelida e suoni oscuri, dialoghi sottotraccia tra le ottave basse del pianoforte, le bacchette della batteria di Poor e l’ingresso, piuttosto raggelante, della tromba di Vu.

Con l’ingresso nel movimento successivo, la composizione di Strayhorn intitolata A flower is a lovesome thing, l’atmosfera, pur senza rasserenarsi, si placa alquanto, e si possono notare anche le qualità melodiche della tromba di Vu.

Con Billy si passa al discorso omaggi: l’antico pianista dell’Ohio, storico collaboratore di Ellington, è ricordato per mezzo di una rapida quanto intricata evoluzione del piano di Karpen.

Più articolato il discorso con Duke: il dialogo qui è affidato all’inizio soprattutto alla batteria di Poor e alla tromba, che si muovono con cautela ma in crescendo. Poi al discorso si uniscono via via tutti i musicisti, a ricordare che la forza della musica di Ellington era appunto il lavoro di squadra.

L’omaggio prosegue con In a Sentimental Mood, rapido ma intenso accenno allo standard ellingtoniano già percorso da moltissimi giganti,

Si prosegue con Charles, altro omaggio, stavolta a Mingus, seguito da un altro grande classico firrmato da Strayhorn, Lush Life, in cui la versatilità della tromba di Vu si mostra in tutta la propria efficacia.

The Electric Mist supera in fretta la calma apparente regalata dai tre brani precedenti, con un martellante intervento di Karpen e del suo piano, utilizzato per lo più come oggetto contundente, in una sorta di raptus di larga potenza.

Si chiude ancora con le note di Duke Ellington e con una versione della sua Mood Indigo in cui si entra in punta di piedi,

Il talento del quartetto (più assistenti) è indiscutibile e anche la capacità di fare propri brani antichi e standard classici rende il disco un lavoro compatto e solido.

Anche nei momenti più estremi, quando le sonorità si tendono fino quasi a spezzarsi, si intuisce come la linea tracciata dai tre moschettieri (che infatti sono quattro) sia perseguita con coerenza.