La recensione: “The take off and landing of everything”, Elbow

Tra i talenti più compassati ma più notevoli della loro generazione, gli Elbow si sono costruiti una solida fama e un uditorio attento. Non hanno mai preteso di essere i Beatles, non hanno mai fatto il passo più lungo della gamba, hanno sempre dato l’impressione di lavorare con cura.

Anche un primo ascolto di “The take off and landing of everything”, che esce domani, conferma questo tipo di impressione. Guy Garvey, il leader della band, introduce il disco spiegando che rappresenta un cambiamento nel modo di lavorare della band, che per diciotto mesi ha smesso di esibirsi dal vivo e che per quasi due anni ha lavorato a questo sesto disco.

Oddio, sul discorso del passo e della gamba si può anche discutere, visto che il pezzo d’apertura del disco è una vasta e morbida ballata “The Blue World“, di ben sette minuti, ma non c’è niente di fuori posto nemmeno qui.

Charge” è il secondo pezzo (Guy la spiega così: “Un vecchio in un bar per giovani che si lamenta amaramente ma che in fondo è solo”). Dal punto di vista musicale sembra che nel corso degli anni gli Elbow abbiano gradualmente aggiunto colori e sonorità diverse al loro tessuto: qui ci sono gli archi della Hallé Orchestra.

Un classico degli Elbow, il controcanto, emerge in “Fly Boy Blue/Lunette“, un patchwork di sonorità diverse e un collage dai toni scuri senza esagerare, con un paio di significativi cambi di ritmo. Il pezzo è tra i più ricchi e riusciti del disco, e Garvey spiega che “Lunette” avrebbe dovuto essere il titolo dell’album, prima che la band scoprisse che è anche il nome di un’efficace alternativa ai tamponi interni per quei particolari giorni del mese  femminile.

Procede a passo ritmato, ma senza correre, “New York Morning“, con una melodia ariosa e con le classiche armonie “alla Elbow”, mentre “Real Life (Angel)” ha un passo più sostenuto  e come sonorità può perfino ricordare qualcosa degli Interpol.

Spesso le canzoni del disco hanno oasi pensose nel mezzo, sottolineando come si tratti di una fase delicata in una band comunque molto riflessiva per indole. Ancora movimenti all’oscuro nascosti sotto il titolo fuorviante “Honey Sun“, seguita da “My Sad Captains“, citazione shakespiriana ma titolo quasi whitmaniano e musica piuttosto altisonante, con andamento solenne.

Anche questo è uno dei pezzi portanti dell’album, anche perché porta in dote, come spiega ancora Garvey, un paio dei temi ricorrenti della band: il fatto di invecchiare, e l’affetto per gli amici. “Colour Fields” è la più breve del disco e si apre con arpeggi insistiti. Il ritmo è più incalzante, anche se stiamo sempre parlando di corse sul velluto.

La title track arriva quasi a chiusura, con i suoi oltre sette minuti dall’eco vagamente psichedelica. L’ultimo pezzo è invece “The Blanket of Night“, che su Spotify si trova anche in versione acustica, così come “My Sad Captains”.

Il disco è molto meditato e dotato di senso, anche al primo ascolto. La band dà l’impressione di aver raggiunto la maturità più piena e di poter dare ancora parecchio, magari senza variare tantissimo il canovaccio, ma con piccoli spostamenti significativi. A gusto personale, forse manca un pezzo un po’ più strappato ma “sentito”, come “Great Expectations”: qui invece i sentimenti sono sempre ovattati.

L’album, disponibile in formato CD standard, digital download e in esclusiva su Amazon in versione deluxe, è stato prodotto da Craig Potter e registrato nei Blueprint Studios di Salford e negli studi di Peter Gabriel (con il quale poco tempo fa hanno inciso una cover di “Mercy Street), i Real World Studios di Wiltshire.

Qui il video ufficiale di “New York Morning”: