Levi: possiamo e dobbiamo essere migliori

Figlio del dolore e dell'elettronica, Liquida è il nuovo album di Levi, cioè il musicista e polistrumenista pesarese Damiano Simoncini (Damien*, Versailles, Maria Antonietta, Young Wrists, Melampus e una miriade di altri progetti e collaborazioni). Lo abbiamo intervistato

Prima esperienza da solista. Perché ora e che tipo di esperienza è stata?

Ho sempre avuto un lato “elettronico”, anche a livello di interesse tecnologico. La collaborazione con Melampus prima e Cristallo poi mi ha avvicinato al mondo dei sintetizzatori e ha aumentato le mie capacità di arrangiatore “corale”.

Con l’elettronica puoi “produrre”, ovvero giocare (almeno io la sento e vivo così) e quindi comporre in una maniera poco filtrata e molto “emotiva”, soprattutto considerando il mio percorso precedente. L’attenzione da dj a sonorità sempre più lontane dal rock (black music, trap, house, idm/edm/ebm, industrial, noise, ambient, sperimentale) ha completato il quadro.

Sul tipo di esperienza posso dire che per me è un lavoro di calma, lentezza e attenzione alla sensazione: l’importante è “fissare” l’immagine che “senti”, visualizzare il suono, sonorizzare la visione. E’ come una ricerca di simbiosi tra ciò che sento e vedo, ergo ciò che provo. E viceversa. E’ un lavorìo costante, quotidiano. Il periodo “dell’ispirazione nera”, ovvero quando la catarsi artistica si accende ma è nebulosa e incostante, “alla ricerca” quindi senza posa, quello è il momento più intenso e “folle”. E’ lì che l’emozione comincia a fissarsi con la visione. A quel punto il suono è pronto per il suo percorso creativo, devo solo fare in modo che “esca”. E spesso non sono io a decidere. 🙂

Nel disco hai riversato tutte le emozioni legate alla tua malattia. Ce ne vuoi parlare?

La mia patologia si chiama “sindrome del dolore pelvico cronico”, acronimo inglese CPPS. Per capirci: una sorta di fibromialgia (dolore nervoso/muscolare) però localizzata tra schiena, basso ventre e pelvi. La cosa in sé non è assolutamente mortale o drammatica, ma ti obbliga a fare i conti con il dolore fisico costante: giorni che non senti quasi nulla, altri in cui non riesci ad alzarti dal letto.

Questa nuova situazione di vita ha provocato in me una serie di scosse e problematiche che mai avrei pensato di dover affrontare e tentare di risolvere. E’ stato davvero naturale, direi “fisiologico” iniziare questo percorso solista partendo da ciò che provo quotidianamente, e da come questo può influire su di me e su di noi, nel bene e nel male.

Quindi le sostanze miorilassanti, la psicoterapia, le tecniche di decompressione, la liberazione anche di istinti e desideri tenuti premuti, la scoperta della realtà del corpo ovvero di noi stessi, la sua fragilità, cioè il corpo come nostro unico mezzo sensoriale ed espressivo. Ho portato questo in “Liquida”.

Siamo in un periodo storico assolutamente particolare. Pensi che la tua musica possa servire anche a livello catartico e consolatorio?

Sto scrivendo questa intervista in una quarantena di Stato a causa della pandemia mondiale da Covid-19, dove un’intera nazione si è imposta il coprifuoco per permettere al nostro SSN (che ricordo cura tutti GRATUITAMENTE senza distinzioni di età, censo, etnia, genere) di non collassare e dare adeguate prestazioni mediche a tutti quelli che ne hanno bisogno. Il concept di “Liquida” nasce dal dolore, dalla ricerca che esso ha innescato, dalle risposte che esso mi ha dato e mi ha portato a dare, anche in senso positivo e “illuminante”.

C’è una catarsi nei brani, ognuno di essi ha un doppio movimento, direi “incatenatorio” e “liberatorio” simultaneamente: per assurdo stiamo vivendo un momento dove la nostra reclusione forzata è la premessa fondamentale per poter continuare a essere liberi come eravamo fino a pochi giorni fa.

Credo che i brani dell’album possano consolare e accendere una luce diversa dentro chi li ascolta, indagando l’ansia, il panico, la paura, l’incertezza, il dolore. E sciogliendo il tutto in “altro”, trovando lati, emozioni, curiosità e pensieri che credevamo impossibili, nascosti, lontani. E’ incredibile quanto sia sovrapponibile il bagaglio emotivo di “Liquida” alle emozioni che tutti stiamo provando in questi giorni, pazzesco…

Quali sono i tuoi punti di riferimento in campo elettronico?

Sinceramente quando scrivo non ho riferimenti chiari, mi approccio in maniera molto leggera, tra il naif e il dadaista, sembrerà strano ma senza gioco non esprimo arte.

Negli ultimi mesi ho ascoltato tanto Arca, Oneothrix Point Never, Cure, Schwefelgelb, FKA Twigs, Mogwai, Jenny Hval, Zimmer, Lorenzo Senni, Doors, Grimes, Soft Moon, Cardopusher, Beach House, Aphex Twin, Frankie Knuckles, Thom Yorke, Disclosure, Boards of Canada, Yves Tumor, Big Black Delta, Kelela, Autechre, Pink Floyd, Parfume Genius, il Requiem di Mozart, Morricone, Bach e tante colonne sonore (ne segnalo un paio che mi hanno colpito, quella di “Uncut Gems” firmata da Oneothrix Point Never e quella per la serie “The Knick” diretta da Steven Soderbergh e realizzata da Cliff Martinez, che era ed è come me batterista!)

Che cosa ti aspetti dal tuo futuro prossimo?

E’ una domanda che posta adesso sul me singolo attecchisce poco. Sento più una risposta globale, totale. Io tendo a essere un realista pragmatico, a volte pessimista. La situazione che abbiamo davanti è un “cigno nero”, un evento improbabile di portata enorme, che accade. Dovremo rivedere tutto ciò che eravamo e che siamo. Tutto sarà diverso, niente tornerà come prima.

Mi aspetto dal futuro prossimo che gli uomini e le donne ce la facciano, e utilizzino questa prova immane e imprevista e dolorosa in maniera intelligente, positiva, in modo da correggere le storture e gli errori di 75 anni di capitalismo furioso e bulimico. Cambiamo, miglioriamo, e impariamo dai nostri errori. Questo è un fatto che ci deve ricordare la nostra pochezza e la nostra inutilità.

Quanto ci mancano le banalità di qualche giorno fa? Ecco: che il ricordo tremendo, il dolore, la solitudine, l’ansia, il senso di smarrimento e fine ci aiutino ad “aiutare”. A essere empatici, a cooperare, a rispettare, a vivere la vita con intensità, intelligenza e tempo per noi e per i nostri amici, amori, compagni, familiari. Possiamo e dobbiamo essere migliori, in tutto: proviamoci ora.

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