L’intervista: Fedora Saura, non smettere di diventare

Singolarità e molteplicità: singolari lo sono di sicuro, i Fedora Saura, basta ascoltare il loro ultimo disco, La via della salute (qui la recensione) per rendersene conto. E sono molteplici per via di umori, influenze, somiglianze e differenze concentrate sia nel disco sia nell'intervista, come ci si potrà rendere conto leggendo.

Vorrei conoscere la storia della vostra band fin qui.

Fedora Saura è una cavallina storna “di manifesta superiorità”, oggi ritirata dalle corse senesi. Dopo averla conosciuta al Palio, la reinventammo anni fa come duo bagattelle, un espediente per portare in scena, insieme a Zeno Maspoli alle percussioni, le poesie e i monologhi di Marko Miladinovic.

Il primo disco, “Muscoli in musica / Scelta degli uguali” 2012 d.C. (presentato nella Mole Vanvitelliana di Ancona per MEDITERRANEA 16, Biennale dei giovani artisti europei), giunse grazie all'incontro con Giovanni Cantani, allora produttore e oggi bassista e percussionista.

Mentre con questo disco (“La via della salute” 126 d.N.), sono entrati a far parte del complesso Marco Guglielmetti (polistrumentista e arrangiatore), Claudio Büchler (piano) e Sandra Ranisavljevic (canto lirico).

Come nascono e come si sono sviluppate le canzoni del vostro disco? Qual è il vostro iter compositivo, che immagino differente rispetto a quello di una band classica? Mi si perdoni la banalità, ma nasce prima il testo e la musica viene costruita intorno?

Per fare una canzone, se non a cappella, può bastare un qualsiasi strumento... pure se non è canzonetta... è bello verso ritornello verso rit... benché annoi a scriverlo...

Noi comunque cerchiamo di finire un po' più in là... pardon, cominciare. Ecco, incominciamo dalla distanza. Chi scrive canta l'oblio. Ma non è un grande musicista.

Penso – forse per un pregiudizio – nel ventaglio dei degeneri, la composizione è simile e affine a ognuno, e a ognuno che la compone... di questo ognuno, Giacometti, di cui Fedora Saura odora tuttoggi il fumo di sigaretta che ha soffiato, scrisse: “La grande invenzione coincide con la grande somiglianza”.

Allora... lo sanno tutti... ci si trova e si suona insieme o da soli, per molte volte quante non è possibile...
Si improvvisa, si canticchia, si balbetta qualche parola, si cerca un testo tra le carte, oppure lo si scrive nuovo, ma non è mai nuovo, è anche vecchio di tremila anni e ha un sentore di qualche miliardo...
Poi si tira a indovinare... qualche errore... in questo non si sbaglia. Mal che vada si fa giusto, e non è sempre un bene.

C'è Leopardi che chiama canto il verso della rana...
Epperò questo verso non si fa sempre parola e raramente si fa musica... È solo affidandosi al caso che che si scopre qualche cosa... Poi.. nell'esecuzione... si dimentica tutto.

Il problema è quando si ricorda... ch'era non “La la” bensì “Gra gra”. Ed è un bel problema... suggeriscono le rane. Ma questo ci presenta una via ignota... qualcosa che non ci aspettavamo...
Ribatterà qualcuno: “Sarebbe bello se gli animali parlassero!”... san Francesco ogni ragazzina.

Avete dedicato il disco alla figura tragica e misconosciuta di Carlo Michelstaedter: vorrei sapere che cosa vi attrae del suo pensiero e che cosa ritenete ci sia ancora di attuale nel suo modo di pensare.

Si attualizza la scoperta del fuoco accendendosi una sigaretta. Così, di uno scrittore, di attuale rimane la sua scrittura... quando la si legge.Una figura tragica si dice, eppure questo “greco” del primo Novecento ha lasciato una rarissima felicità, una rarissima potenza nei suoi scritti, tali quasi da non trovare pari.

Leggiamo soltanto ciò che ci rafforza, che non ci dà pace. E questo troviamo in Michelstaedter. Noi siamo contemporanei a tutti gli uomini di tutte le eternità... Indifferentemente dal calendario di papa Gregorio XIII...

Come Michelstaedter impariamo a essere artisti, a essere dunque un principio di selezione; a rifare continuamente i confini del linguaggio come della nostra vita; a fare di noi stessi uno scopo; a lasciare cadere molte cose, a non cedere alla colpa né alla disgrazia, a fare ritorno senza indietreggiare.

Impariamo a vivere la malattia come fosse un cannocchiale che dà verso una grande salute, senza commiserazione, senza compassione, con molto dolore, ma sofferenza nessuna.
E per cominciare, basta dire: che importa di noi!

Ogni uomo, al pari di ogni filo d'erba, può facilmente essere calpestato e piegato. Ma noi siamo forti abbastanza da spezzarci nella rigidità. E se verremo calpestati... be', vedremo allora con che suole abbiamo a che fare. Ma probabilmente saranno i tacchi... di una bella suora nera!

Vi si accosta quasi automaticamente a un altra figura italiana importante, come quella di Giorgio Gaber. E' un paragone che vi piace? Oltre al modo di cantare e a certi aspetti teatrali della vostra musica, che cosa pensate di avere in comune con il grande cantautore?

Che ci piaccia o no. Per prima cosa l'uomo. La tensione alla sua (nostra) felicità irraggiungibile. Una violenza necessaria: “Egoista e naturale come un fiume che fa il suo corso”. Il fatto che non viviamo se non per superare noi stessi, e per ciò creiamo o, meglio, inventiamo arte, che equivale alla creazione e invenzione di nuovi valori. Per sottrarci al nichilismo e all'ironia.

Il fatto che vogliamo finirla con la colpa, la vergogna, con la miseria (di cui la misericordia è mantenitrice), il mondo vero! Ma c'è mai stato un mondo falso? Qui sì, anche è Gaber, il suo SÌ alla vita affermatrice, inoppugnabile e pugnetta (che nel menarla fa Goganga). Pure, vero come Borges! Che non ha bisogno del vero.

In comune, tra noi qualcuno si morsica le unghie quanto meglio se le morsicava Gaber. E tutti noi siamo d'accordo: i vecchi vanno ammazzati da bambini.

In Italia trovare gruppi di musica contemporanea che parlino con una certa apertura di temi o argomenti politici, quali il vostro anticristianesimo e anticapitalismo, è ormai una rarità assoluta. Pensate che il fatto di essere nati in Svizzera vi abbia concesso un osservatorio privilegiato sulla realtà circostante?

Non pensiamo questo. La cultura che ci riguarda è italiana, e il Ticino è una regione mancata dell'Italia. Marko Miladinovic è slavo in Svizzera e parla italiano. Un altro è italiano, altri sono svizzeri e anch'essi parlano italiano. Uno è tedesco e fa musica italiana. Non c'è nessun osservatorio privilegiato. Anzi, soltanto “minore”.

Uno dei nostri compiti è la riannessione culturale del Ticino all'Italia. E poi sì, l'Europa! Fuori da ogni stato e sovranità. Ma questa, maggiore a ogni altra, è un'eredità irrinunciabile e inesorabile. Nessuno di noi può sottrarvisi.

Se in Italia non si parla di tali argomenti, neppure su tali argomenti si tace. E nel silenzio e nella parola, il vocabolario è lo stesso a quello di un prete. Noi eviteremo ora di fare appello a ogni singola parola che riguarda l'uomo soltanto per danneggiarlo (qualcuna è già presente nell'intervista – ed è ben evidenziata), ma faremo questo esempio: ciò che è accaduto al nostro linguaggio, dunque al nostro pensiero, riaccadrà tra meno di duemila danni, quando, alla stessa maniera, tutti parleranno nel linguaggio HTML, JAVA...

Ciò è impossibile! dirà il lettore persuaso, eppure è già accaduto.
Da quando sentì un ateo giurare, non credo più in niente. Questa è insomma la cristianità: gratis per chi paga, ed ecco il capitalismo. La livella di Totò, ma senza poesia e senza Totò.

E per concludere l'intervista, altro non desideriamo... che ogni persona diventi la rarità assoluta quale è – e non smetta diventare!

Ti ringraziamo... e al lettore un'ultima parola: a presto sentirci.

Vostra moltitudinosa
Fedora Saura

0 Risposta

  1. […] L’intervista: Fedora Saura, non smettere di diventare […]

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi