L’intervista: Ipercussonici, sotto il guscio della tartaruga

Sono arrivati al terzo disco senza guardarsi troppo indietro e cercando di cambiare il mondo con la musica, ma soprattutto suonando, ovunque e per qualunque motivo: Ipercussonici hanno pubblicato “Carapace” e ce lo hanno raccontato in questa intervista.

Mi raccontate genesi e nascita di “Carapace”, compresa la scelta del titolo “bivalente”?

Carlo: “L’album ha avuto una genesi lenta, le canzoni sono cominciate a spuntare un bel po’ di tempo fa senza fretta, grazie anche al fatto che la nostra produzione non deve ubbidire ad alcuna logica discografica di mercato. Come tradizione vuole abbiamo scelto un animale totemico, la tartaruga, che ha dato il cambio all’elefante di “Tutti pari”.

La tartaruga sintetizza molto del carattere di questo album, l’abbiamo incontrata in Giappone , in Africa, alle isole Eolie, e quindi ci sembrava giusto e “risuonante”. La ciliegina ce l’ha messa Santo Pappalardo un grandissimo illustratore di libri di favole che collabora con me.

Gli abbiamo chiesto di applicarsi sulla idea della tartaruga e ci ha stupito in due mosse. Prima con la copertina e il booklet, e poi con la parola, “Carapace”. Poi tutti insieme ci siamo messi a sfantasiare rendendoci conto che grafica titolo e canzoni avevano lo stesso dna e una grande capacità di declinazione, et voilà il gioco è fatto”.

Luca: “La storia interessante è che quando abbiamo deciso di chiamare il disco “Carapace”, in onore della tartaruga, stavamo ancora cercando un titolo per l’ultima canzone, che parla introspettivamente della devastazione interiore causata da guerre e conflitti (a tutti i livelli).

La canzone è quindi diventata “Cara Pace”, una sorta di title-track al contrario, che ha mutuato il titolo dall’album, allargandone ulteriormente il significato in senso antimilitarista. Di solito è una canzone che dà il titolo al disco, nel nostro caso … Viceversa. E qui si scopre che anche la scelta dell’etichetta forse non è casuale! 😀

Avete cercato di trasportare un po’ della dimensione live sul disco: come ci siete riusciti e in che modo avete scritto e realizzato i pezzi che sono finiti su disco?

Carlo: “Avevamo l’esigenza di mettere nel packaging un po’ del sudore che viene fuori sul palco, noi siamo musicisti, ma anche rockers. La nostra musica vive di palco, è nella tradizione, nel logos degli strumenti che suoniamo. I pezzi del disco sono nati  da un processo di scrittura che vuole essere coerente nel micro e nel macro.

La canzone “segna” nel momento in cui sia un 50enne sia un 30enne sia un 20enne riescono a trovare emozione tra le parole e dentro la musica. E’ uno studio che non finisce mai , che ogni tanto regala perle. I testi e i pezzi vengono fuori nei modi piu’ assurdi, e quasi mai quando ti siedi e dici: ora lo faccio!”

Michele: “Con Ipercussonici in studio è abbastanza facile portare il live dentro il disco. Per esempio io che sono il bassista ma anche fonico ho sperimentato insieme a Luca la possibilità di far suonare Carlo sul palco di un club, in modo da lasciarlo libero di esibirsi come se fosse “live” . Una volta constatato che quello era il groove che cercavamo, abbiamo montato una regia mobile e abbiamo registrato parte del disco sul palco della Lomax a Catania”.

Quasi tutti i vostri pezzi si occupano di tematiche molto importanti ma senza che manchi un’atmosfera spesso gioiosa. Non è complicato mantenere l’umore ottimista quando si parla di temi come il nucleare o la privatizzazione dell’acqua? Voglio dire, non è molto più naturale incazzarsi, anche musicalmente parlando?

Luca: “Molti di noi hanno trascorsi di attivismo politico e siamo tuttora a vario titolo impegnati sia nel sociale sia per importanti battaglie etiche e politiche. Però la nostra musica nasce sempre rivolta al palco e al pubblico dei nostri concerti. Una canzone non può essere un documento politico, agisce su altri piani di coscienza e comunicazione. Se la musica riesce a farti riflettere ma al tempo stesso a farti ballare e a farti stare bene, allora io penso che abbiamo colto nel segno.

Credo che uno dei meccanismi più subdoli del “sistema” per continuare a replicare se stesso, è quello di farci vivere in uno stato di perenne incazzatura e depressione, alimentando falsi bisogni che assorbono gran parte delle nostre energie. Allora la gioia di vivere, la capacità di godere profondamente partendo da cose semplici, può essere veramente rivoluzionaria!”

Carlo: “Quello che impari quando ti avvicini alle culture tradizionali è la misura. Ci sono paesi del mondo in cui la vita è davvero dura grazie a noi bianchi, dove le ingiustizie del destino sono davvero spesse. Ma i portatori di tradizione musicale sembrano quasi distaccati. L’hai detto è complicato… ma un concerto non è un comizio e bisogna rispettare dei ruoli. Noi non rinunciamo alla critica del sistema ma cerchiamo di focalizzare la priorità, prima viene la musica e il rispetto verso se stessi e cio che abbiamo intorno e caro. A latere puo’ intervenire il resto”.

Michele: “In realtà ciò che scriviamo è uno scorcio del nostro vivere quotidiano. Siamo personalmente impegnati su più fronti nella sensibilizzazione ai temi del nucleare o delle privatizzazioni. Viviamo a contatto con i collettivi e non facciamo mancare il nostro supporto alle iniziative di sensibilizzazione, come la campagna “No Muos “.

Ma è proprio il vivere queste esperienze che ci da modo di confrontarci con la realtà, spesso triste e complicata, ed è in quei momenti che tiriamo fuori il nostro repertorio delle migliori battute. Siamo così, attenti, vigili ma anche pieni di gioia, e la gioia va condivisa e usata come arma contro le brutture del sistema”.

Curiosa dal punto di vista musicale la scelta della cover di “On the road again”, anche se mi rendo conto che si attagli perfettamente al vostro essere spesso in giro per concerti. Come è nata l’idea?

Michele: “Ognuno di noi ha un bagaglio di ascolti veramente vasto. Capita raramente che tutti convergiamo verso un brano che ci ispira e … Così nascono le cover, e on The Road è uno di quei casi”.

Luca: “Io sono un fan dei Canned Heat sin da quando ero tredicenne. Questa canzone la porto sempre con me in viaggio. Come avrai notato ci piace adattare i nostri strumenti “particolari” ai generi più disparati. Un giorno in sala prove stavamo jammando su un giro blues e ho provato ad adattare il tema di On the Road Again sul Marranzano. Il risultato è adesso sul disco, con il contributo del nostro grande amico Mimì Sterrantino, giovane cantautore montanaro che vi consigliamo di tenere attentamente d’occhio 😉

L’essere “on the road” non si riferisce comunque solo al nostro girovagare per concerti, ma anche al tema più generale della migrazione, tema a noi molto caro, che ancora una volta si ricollega alla tartaruga…”

Siete già ripartiti in tour? Quali sono le occasioni per vedervi dal vivo prossimamente?

“E’ appena uscito il nuovo videoclip del singolo Universo, e stiamo costruendo una tournée promozionale nei club delle principali città italiane, tra aprile e maggio. In estate ci dedicheremo ai festival, e abbiamo già alcune date fissate anche in Germania. Tra breve il calendario dei concerti sarà pubblicato sul nostro sito ufficiale www.ipercussonici.it e ovviamente anche sui social network. Quindi è il caso di dire: stay tuned!”