La recensione: “In capo al mondo”, Ex-Otago

Tre anni dopo “Mezze stagioni“, disco pop e ironico che aveva fatto sollevare più di un sopracciglio, tornano gli Ex-Otago con “In capo al mondo“. Da Marassi (né lo stadio né il carcere: il quartiere) il gruppo ha effettuato qualche cambio di formazione ma non ha perso l’ironia: semmai l’ha un po’ ovattata.

Del resto sono stati rivestiti, se non proprio ovattati, anche gli strumenti: limitata all’indispensabile l’elettronica, si sono fatti largo strumenti analogici e tradizionali, come l’harmonium e il charango (che, dice wikipedia, è una sorta di ukelele, ma di origine boliviana).

Non cambia, anzi si incrementa, la voglia di fuggire, sulle rotte di Colombo e perfino su quelle di Bruno Lauzi, citato fuggevolmente al pari di De André (e di Leopardi) nel corso di un disco più sfaccettato di quanto potrebbe apparire a un primo ascolto.

Si parte con “Amico bianco“, e si riprende dove “Costa Rica” aveva lasciato: coretti e chitarrine, ma l’umore non sembra proprio trionfale, benché “anche le lumache cantano/anche gli impiegati ridono”.

L’appuntamento” è già uno dei punti nodali del disco, tra dentisti e litigi per frecce mancate. “L’età della spesa” sembra quasi citare Gotye, ma viaggia verso movimenti più intimi e sommessi del solito.

C’è poi “Nuovo mondo“, altro punto saliente: ballata per zattera cigolante, chitarra (o charango?), cori e tempeste di mare. E’ un viaggio che vuole finire bene a tutti i costi. Ma da dove e per dove, non è dato sapere.

Foglie al vento” è molto viva e mossa e conferma che si può fare pop di buonissima qualità anche con elementi molto semplici. “Chi la dura l’avventura” riesce a mescolare strumenti “seri” con pianolette ridanciane.

Si torna a umori più malinconici con “La ballata di Mentino“, amalgamata in un tessuto di chitarra morbido. “Giovane estate” è Sudamerica e nuvole, e ancora un po’ di pop. “Gian Antonio” arricchisce la galleria dei personaggi con la storia di un albero (ecco, vi ho rovinato il finale della canzone).

Il ballo di Nicola” è una piccola storia di vitalità “per forza”. “La tramontana” pone distinzioni di venti familiari alla gente di mare, ma quando dice che il vento in questione aiuterebbe a cacciare via “papaboys e industriali” mette tutti d’accordo.

Le cose da fare” chiude quasi rock, con un bel movimento e un bell’elenco di tutto ciò che si può fare, da “dare ragione a un bambino” a “offrire vino a un suonatore”, operazioni semplici, ma non troppo consuete, per vivere meglio. Il raccontino musicale finale riporta alla mente il fatto che per montare i pezzi di questo disco la band si è chiusa in un rifugio a 2000 metri d’altezza, in Val d’Aosta.

C’è un percorso, e sarebbe strano se non ci fosse, in una band che parla così spesso di viaggi. Un percorso che ha portato Pernazza e molta elettronica a scendere dall’autobus e molti altri elementi a salirci. L’impressione è che il viaggio sia appena iniziato e che non mancheranno altre svolte molto interessanti. Ma anche questa tappa non è davvero male.