Esce oggi Due, il secondo disco di un’interessantissima band emiliana, i Portfolio. Se si ascolta soltanto la loro musica senza conoscerne la storia, non si direbbe mai che la band proviene dall’Appennino tosco-emiliano, calata com’è nelle sonorità internazionali, nuove o vintage che siano.

Nel disco, che si muove con agilità tra pop, rock, soul e molto altro, convivono due anime diverse della band, come ci spiegano rispondendo alle nostre domande.

Mi raccontate la genesi di questo vostro secondo lavoro?

Questo secondo lavoro, come suggerisce il titolo dell’album, è nato dalla volontà di unire due diverse sfumature del nostro modo di suonare. La seconda parte del disco presenta pezzi simili come struttura e intenzione a quelli del disco precedente, “The standing babas”.

Il nostro modo di suonare è sempre stato rivolto principalmente all’aspetto strumentale; la suite “Three songs about Lenin” segue questa linea, e gli altri due brani “Chi vince regna” e “Criminal world”, pur avendo la voce, presentano molti cambi di clima e parti diverse.

La prima parte del disco invece presenta brani nati dall’ultimo periodo di lavoro, in cui la nostra attenzione era rivolta soprattutto all’aspetto ritmico e al groove. I brani “Beauty”, “To the right” e “Riviera” sono nati con questo approccio, e anche se apparentemente distanti dagli altri brani del disco crediamo abbiano comunque diverse caratteristiche del nostro modo di suonare al loro interno. Il brano “Love affair” fa da ponte tra le due sezioni del disco, il cui ascolto è da intendersi come un unico viaggio.

Perché avete deciso di incorporare lavori fatti precedentemente, come “Three songs about Lenin”?

“Three songs about Lenin” è frutto del lavoro di alcuni mesi dell’anno scorso per la sonorizzazione del film muto omonimo di Dziga Vertov. Negli ultimi anni abbiamo lavorato a diverse sonorizzazioni di film muti e di video in generale. “Three songs about Lenin” è stato il nostro lavoro meglio riuscito in questo senso, e volevamo inserirlo nell’album in maniera integrale, pur essendo molto lungo.

Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò ci ha consigliato durante il lavoro e ha suonato nella versione finale del disco. Siamo stati molto soddisfatti del lavoro finale e ci piaceva inoltre il contrasto con la durata breve dei pezzi della prima parte del disco, a sottolineare ancora il dualismo che il titolo dell’album suggeriva.

Trovo “To the right” la canzone più sorprendente del disco: come nasce?

To the right è pensata intorno al testo. La prima parte del pezzo è un crescendo che porta all’entrata del groove di batteria e del cantato. Il testo si ispira alle classi di ginnastica ritmica, dove ci sono dei movimenti da seguire e le istruttrici spesso usano frasi motivazionali.

Ascoltato con la musica, però, il significato del testo diventa più ampio. E’ come se descrivesse la situazione in cui a volte ci sentiamo tutti quanti. Presi da mille impegni, a correre di qua e di la, abbiamo bisogno di qualcuno che ci inciti e ci dica ‘We can do it!’.

In questo senso la forza di questo pezzo è nella sua leggerezza ironica ma anche nella spinta motivazionale. Fa sorridere e trasmette positività. Un pezzo da ascoltare al lunedì mattina prima di riprendere il lavoro settimanale 🙂

Nel disco convivono atmosfere diverse, in qualche caso si direbbe quasi band diverse: perché avete scelto di accentuare le differenze facendo ricorso anche a voci diverse?

Abbiamo sempre inserito varie influenze e riferimenti nei nostri pezzi. In questo disco l’idea di fondo era di presentare due sezioni distinte. Beauty nasce da un nostro riff piuttosto vecchio, su cui Claudia Domenichini aveva inserito la voce. Il pezzo è stato rivisto e riarrangiato, ma la linea vocale è rimasta la stessa. Abbiamo voluto lei proprio perché la linea vocale era nata con lei.

Laura Loriga invece aveva lavorato con noi anche in “The standing babas” e “We Humans”. Fortunatamente ha voluto collaborare con noi anche per questo lavoro. Anche questa scelta di due cantanti era in linea con il resto; il disco si sarebbe chiamato “DUE”, e quindi anche le cantanti dovevano essere due.

Mi spiegate come nasce la scelta della cover di “Criminal World”?

“Criminal world” è una rivisitazione di un pezzo dei Metro che ci è stata commissionata qualche tempo fa per una compilation glam rock (‘I am just a modern guy’) a cui hanno preso parte vari gruppi emiliani. Il risultato ci sembrava un pezzo nostro, coerente con quello che stavamo facendo e anche per questo abbiamo deciso di inserirla nel disco.

Della versione originale rimane il cantato, che però abbiamo affidato a una voce femminile. Il pezzo è basato fondamentalmente sugli accordi dell’originale, spostati e divisi in maniera diversa ritmicamente. E’ interessante confrontarla con la versione originale dei Metro, in quanto il pezzo originale è ancora riconoscibile pur essendo diventato un pezzo nostro.