Un disco dedicato alle vittime delle Torri Gemelle e dei disastri aerei: questa la premessa di 2974. Musik for Dark Airports, il secondo disco dei P.oZ. (qui la nostra recensione), che hanno così risposto alle nostre domande.

Sono passati quattro anni dal vostro esordio con “61:16 – Viviamo in tempi moderni….dopotutto”: che cosa è successo nel frattempo?

Intanto siamo stati in giro, uno di noi due viaggia spesso per lavoro e spesso vive in altre città fuori dall’Italia. Questo è positivo perché ci permette di raccogliere suoni, di confrontarci con altre realtà e di viverle anche solo di striscio senza nessun problema.

Ogni tanto respirare arie nuove è necessario per portare linfa vitale a quello che ci piace fare di più. E poi abbiamo composto quello che è diventato Dark Airport (e ascoltandolo si può capire quanto lavoro c’è alla base) collaborando anche alla sonorizzazione di pieces di teatro/danza o facendo set di elettronica minimale.

Da dove nasce l’idea di un album ispirato al crollo delle Torri Gemelle e alle vittime dei disastri aerei?

L’idea è nata per caso. Siamo tutti e due interessati all’argomento “cospirazione” e in quel periodo stavamo leggendo libri o guardando video che parlavano dell’argomento.

Tutto quello che facciamo deve avere per noi un significato, una valenza anche politica, se vuoi. Quello che ha fatto l’amministrazione Bush è veramente deprecabile! Rasenta l’incredibile quello che è successo e quello che si continua a nascondere.

Insomma, mentre componevamo ci siamo accorti che tutti i suoni convergevano verso una determinata atmosfera, stavamo campionando le voci negli aeroporti, i rumori degli aerei e così, ispirati al buon vecchio Brian Eno, ci siamo chiesti che aria potesse esserci in un aeroporto in cui sta succedendo qualcosa di inaspettato.

Infatti alcuni dei brani sono carichi di una tensione emotiva non indifferente così come alcuni sono di una tranquillità malinconica unica, da quiete dopo la tempesta…

Le vostre composizioni trovano un punto di equilibrio tra elettronica e analogico, ma mi sembra che almeno in questo caso il feeling per gli strumenti tradizionali sia il più spiccato. Come funziona il vostro processo produttivo?

Tutti e due veniamo da un background da “musicisti” convertiti all’elettronica (anche se uno dei due è un “non musicista”, un guastatore più che altro!).

Però il suono dello strumento tradizionale è qualcosa che non puoi raggiungere, il suo calore, la sua maneggevolezza. L’elettronica ti dà la possibilità di trasformare quel suono (che può essere un semplice tintinnio di bicchieri) e il suo calore in qualcos’altro.

Non abbiamo delle particolari tecniche produttive o determinati processi. Partiamo con un’idea di base (lavoriamo anche separatamente) e cerchiamo di raggiungere il nostro fine in maniera molto casuale.

Ti faccio un esempio: uno di noi due ha avuto la possibilità di registrare e effettare dei pianoforti. Dopo abbiamo fatto una ricerca sul suono aggiungendone altri e registrandone sempre di nuovi.

A volte partiamo da un semplice suono astratto che viene trasformato e diventa altro. Se ascolti in cuffia il disco ti rendi conto di essere assalito da una valanga di micro suoni, e a ogni ascolto ti renderai conto che il brano non è mai uguale all’ascolto precedente.

Come nascono le collaborazioni con Altamura e Salvemini?

Sergio e Michele sono nostri amici di lunga data. Sergio è un chitarrista famoso a livello internazionale e Michele è diplomato al conservatorio.

Abbiamo le stesse affinità e lo stesso modo di intendere la musica. una volta completati i brani, ci è venuto spontaneo chiedere la loro collaborazione.

E poi ci divertiamo, la stessa cosa è successa con altri nostri amici in 61:16. Il bello è che loro arrivano da noi, ascoltano i pezzi a loro destinati e registrano subito, senza aver preparato nulla. Per noi è importantissima l’emozione del momento. Buona la prima anzi…buonissima!!!