Una robustissima esperienza live, una grande passione di base e un nuovo disco, Dovremmo essere sempre così, in cui si intuisce molta rabbia, voglia di comunicare, ispirazione punk ma modi cantautorali: ecco Tutte le cose inutili, band di lotta (ma non di governo), che ha risposto alle nostre domande nella persona di Leonardo.

Potete raccontare la vostra storia fin qui?

Nel freddo novembre del 2011 davanti a un computer e armato solo di chitarra classica e tanti riverberi nasce Tutte Le Cose Inutili. Le canzoni nascevano, venivano registrate e poi dimenticate. Ed era molto difficile renderle in un concerto.

Dopo qualche ep nasce l’album solista “E Forse Ne Faccio Due”. Faccio due live come TLCI , dopodiché un prode cavaliere armato di bacchette decise di aiutarmi. Dopo un paio di settimane ci fu l’esordio a Genova, dove facemmo la conoscenza di Toten Schwan, piccola etichetta che soprattutto nel primo periodo ha infuso forze e voglia nel progetto, vedendolo crescere gioiosamente.

Da lì un continuum di date, (110 in due anni), un libro +cd edito da Habanero Edizioni a distribuzione nazionale, la compilation Viscere di Stop Records, un tour solista fino in Francia, la menzione d’onore al MiPensi2013 con il racconto ComeQuando, l’album “Dovremmo Essere Sempre Così” uscito in esclusiva su Impatto Sonore, adesso in free download su soundcloud e bandcamp e in vendita ai concerti.

Abbiamo dormito in macchina, e nei letti degli altri, e qualche volta addirittura in B&,b abbiamo pagato multe, ma le abbiamo evitate tante altre volte, abbiamo suonato in elettrico, in acustico, in casa di gente, in spiaggia, nelle librerie, nelle gallerie d’arte, nei locali, a volte davanti a nessuno.

E siamo sempre qui. Quando non suoniamo mandiamo mail, scriviamo, cerchiamo interviste, recensioni, passaggi nelle radio di campagna, tutto ciò che è umanamente possibile. E Meo fa i suoi lavoretti da grafico/fotografo e cura tutte le nostre grafiche.

“Dovremmo essere sempre così”… come? Qual è il pensiero o la “fotografia” da cui prende spunto il vostro disco?

Dovremmo Essere Sempre Così è un album speranzoso e battagliero, è una lotta continua, una sfida senza fine contro noi stessi, una sfida tra le speranze e il disincanto.

Come per dire adesso siamo qui, domani vedremo. E poi bisogna affrontare tutto come fosse un gioco, ridere delle sconfitte, fare credere a noi stessi che non abbiamo davvero bisogno di questo, della musica, di girare l’Italia e di dormire nei letti degli altri.

Questo album è nato durante un anno e mezzo a suonare tantissimo, senza mai fermarsi, tutte le settimane, e le canzoni sono nate senza una spinta particolare, senza un bisogno, sono nate perché lo volevano loro.

Un periodo felice, da cui prendere esempio per il futuro. Come quando c’era ancora la scuola, dovremmo essere sempre così. Pensare, ma poco. Andare sull’altalena, giocare nel mare, e fare l’amore.

In tutto il disco è evidente un livello di tensione molto alto sia a livello sonoro sia a livello concettuale. Da dove nasce questo stato di tensione “permanente”? Come nascono le vostre canzoni e in che  modo avete affrontato la lavorazione?

Io scrivo i testi, e li scrivo non come fossero dei testi. In realtà sono pagine su pagine di flussi di coscienza, presi nei momenti più disparati. In un parcheggio in macchina ascoltando gli Offlaga Disco Pax, prima di dormire, sul treno, di notte.

Da lì nascono le nostre canzoni. Poi il lavoro musicale lo facciamo insieme, faccia a faccia, confrontandoci, scontrandoci. Questo album è pensato da due teste e suonato da quattro mani e quattro piedi.

Per la tensione non lo so, non è stata una scelta a tavolino. Penso sia dovuta al bisogno di far rumore, a trovare il modo per farsi ascoltare, urlando tutto lo schifo in un momento, e soffocando le lacrime nell’altro.

Penso che la sincerità nella musica sia la prima cosa. E in questo Dovremmo Essere Sempre Così, puoi dire tutto, le registrazioni, la voce stonata etc, ma è sincero. Ha sconvolto da subito il mercato dei nostri occhi, dei nostri ricordi, della nostra soddisfazione.

E’ stato registrato in due giorni, in presa diretta, come se fosse un concerto con davanti nessuno, con in sottofondo i rumori delle fabbriche tessili di Prato che lavorano. Tra le colline e l’industria. Attaccati alla nostra città, di quegli amori che “Ti amo” poi ci picchiamo, poi facciamo pace, così, per sempre.

Mi incuriosisce molto il testo di “Promoter”: come nasce?

Promoter è una canzone dedicata a tutti quei musicisti, quelle band che “Lo vogliamo fare? E allora in qualche modo facciamo!” e a tutti quei ragazzi che mandano avanti i circolini, i localini nei piccoli paesi sperduti, con una forza, una volontà impressionante.

Quelli che quando arrivi dopo 450 km ti chiedono com’è andato il viaggio, che magari hanno ascoltato le tue cose e sanno quello che suonerai. Quelli che ti han no preparato un letto dentro il locale. Tanta gente che ci portiamo nel cuore.

Non come quella volta a Como che ci chiedevano “Ma davvero avete solo pezzi vostri? Di Baglioni non sapete nulla?” per dire. Due ragazzi che vengono a suonare non devono aspettarsi i sold out, i cachet improponibili, gli alberghi, ma l’umanità si, l’umanità sempre.

Anche alla razza dei musicisti fa piacere un abbraccio prima di andare via, una mano a smontare, un “buon viaggio, ragazzi”. Poi in scala più ampia Promoter parla anche di tutte quelle persone che apprezzano certa musica finché non è conosciuta, finché se la possono coccolare, perché l’hanno scoperta loro, perché al loro concerto c’erano quindici persone ma è stato il concerto più bello della storia.

Io ascolto dal pop degli Amor fou, al punk emo dei Do Nascimiento. La musica che vale, secondo me, vale. E riempire i palazzetti, qualcosa vorrà pur dire. E poi c’è sempre l’eccezione che conferma la regola, che c’entra ahahahha.