Assolato ma non terribile il clima di Asti in un pomeriggio di luglio tardo. In giro per la città, qualche turista, soprattutto anglofono, capelli per lo più brizzolati e magliette degli Smiths addosso. Motivo non difficile da intuire: a chiudere l’edizione 2026 dell’AstiMusica è stato chiamato Morrissey in persona.
Come sempre nelle rare occasioni in cui non parliamo di musica italiana su queste pagine è doverosa una precisazione: continuiamo a occuparci per il 99.9% di musica italiana, soprattutto indipendente ed emergente. Tuttavia va anche detto che il signore salirà sul palco questa sera è uno dei motivi per cui faccio questo mestiere. Quindi un omaggio sembra doveroso.
Difficile spiegare il rapporto tra Morrissey e i suoi fan. Adoranti ovviamente, compatti, ma sempre un po’ titubanti quando esce una sua dichiarazione (“no, ne ha detta un’altra!”). Il personaggio è così: lunatico, intrattabile, umorale e bizzoso, con opinioni politiche spesso discutibili. Una diva.
A dire il vero c’è anche il dubbio che si alzi con il piede sbagliato stamattina e che cancelli il concerto: qualche mese fa a Valencia ha fatto sostanzialmente così. Ma, arrivando, l’ho visto in piazza Alfieri che faceva il soundcheck. Perciò, a meno che qualche solerte ma incauto ristoratore astigiano non gli offra della fassona piemontese prima del live, dovremmo essere salvi.
Gli si perdona ovviamente tutto in grazia di una carriera costellata di canzoni assolutamente memorabili. Soprattutto, diciamocelo, nel periodo The Smiths, gruppo seminale e influente come pochissimi altri, che è finito però decenni fa, tra carte bollate e accuse reciproche peraltro mai terminate. A questo proposito, anche l’altra metà creativa della band, Johnny Marr, questa sera suona in Italia, e in Sardegna per la precisione. Così possono odiarsi un po’ più da vicino.
Pochi dubbi
Ci sono comunque pochi dubbi in piazza Alfieri ad Asti, per l’evento di chiusura di Astimusica: il festival, sempre debitore del compianto Massimo Cotto, quest’anno ha avuto un cartellone molto eclettico e un po’ nostalgico, con bei nomi del passato, più gente come Salmo. E Morrissey, che giovanissimo non è ma che vede comunque un pubblico abbastanza variegato, fra cui spicca il comico genovese Antonio Ornano.
Non ci sono artisti di apertura, in compenso alle 21 precise inizia una lunga sarabanda di video per lo più musicali proiettati sul maxischermo, aperto da Search and destroy degli Stooges, con immagini di Apocalypse now, e seguito da numerosi protagonisti del pre-punk e del post-punk, fra cui New York Dolls, Ramones, The Runaways, un totalmente improbabile Little Tony con Riderà, gli Interpol, David Bowie. Tutti, in qualche modo, probabilmente selezionati da Morrissey in persona per introdurre il suo show.
Che inizia dopo circa quaranta minuti di video con Billy Budd, da Vauxhall and I, anno 1994. E’ una presa di posizione già il fatto di partire con una canzone di oltre trent’anni fa e non con il nuovo album, Makeup is a lie, che riceverà attenzioni, ma non preponderanti.
“I’m worthless… and I love you”: “sono senza valore e vi amo”, le prime parole che pronuncia sono già uno spaccato di ciò che dirà, farfuglierà, declamerà nel corso della serata, mettendo in scena le proprie consapevolezze a volte tracotanti, e le proprie incertezze terribilmente umane. Proprio come fa con le canzoni.
Camicia rosa aperta sul petto (e sulla schiena già una macchia di sudore che si allargherà generosamente), tamburello in mano, quattro rose infilate nei pantaloni, attacca I Just Want to See the Boy Happy, anche questa non recente.
Arriva prestissimo Suedehead, probabilmente la sua canzone da solista più celebre. Oggettivamente sembra che si voglia togliere un peso di dosso: la pasticcia un po’, a sottolineare il distacco dalle canzoni “troppo” famose che ha scritto decenni fa e anche la noia nel riproporle. Ma noi, amico Steven Patrick, siamo qui soprattutto per queste canzoni, e tu lo sai. Dopodiché il risultato della riproposizione è comunque emozionante, a dispetto dei suoi sforzi.
C’è curiosamente più rispetto da parte sua quando esegue le canzoni degli Smiths. Una arriva subito, è How Soon is Now, con la sua onda sonora affascinante. “Sono il figlio e l’erede/di una timidezza criminale e volgare/sono il figlio e l’erede/di niente in particolare“: crudeltà, sincerità abrasiva e rimpianti concentrati in due versi di canzone, che pronuncia ancora con un po’ di ritegno e con un sorriso amaro dipinto in faccia. Il gong alle spalle del batterista, così come la grancassa posta in obliquo, servono soltanto al finale roboante di questo pezzo: non saranno più utilizzati durante l’arco del live.
“Questo è mattio”
Parte The Youngest Was the Most Loved, che ridendo e scherzando sembra tra le più nuove ma ha vent’anni. E poi breve digressione per collocarsi pure lui nel dibattito De Gregori/Springsteen: “Oggi se non fai un’affermazione politica, diventa anch’essa un’affermazione politica. E questo è “mattio”, come si di dice? “Matto”. Sarà anche “mattio”, Moz, ma per uno come te che si è schierato sulla qualunque, non schierarsi oggi un filo di rumore lo farà.
Per tutto il concerto gioca con il cavo del microfono, poi con un foulard che usa per asciugarsi il sudore. Padroneggia il palco in modo assoluto, si sposta, si appoggia alle casse, continua a dialogare con il pubblico. E’ come un grande attore, inclinato certo verso la parte meno luminosa della carriera, ma in grado di tenere il teatro sulle spine per tutta la durata dello show, con mezza smorfia, due parole, un bisbiglio.
Racconta aneddoti su come sia un ottimo guidatore ma come sia meglio non farsi soccorrere da lui se si ha un incidente, prima di The first of the gang, accolta al tempo da qualche polemica per sospetti di razzismo (sospetti che, come si sa, ha sempre fatto molto poco per contrastare). Poi ecco la title track del nuovo album, Make-up is a lie, accolta con entusiasmo.
Mostra un ventaglio comprato ad Asti in giornata e poi fa partire A rush and a push and the land is ours, che apriva l’ultimo disco degli Smiths, Strangeways Here We Come, anno di grazia 1987. Pasolini, sempre venerato, dallo schermo sorveglia l’operazione, condotta con una certa grinta e grande partecipazione del pubblico.
Gran parte delle cose che Morrissey dice fra una canzone e l’altra raccontano della difficoltà di essere capiti e di “arrivare” davvero a comunicare. E quasi sempre si pone in termini sarcastici e anche autocritici. Dev’essere molto complicato stare nella sua testa. Dice che di recente è stato nella città di Alma (qui tutti pensano ad Alba), prima di attaccare Alma Matters.
Poi parla del nuovo singolo che può avere senso se stai “passando l’inferno”. Ed ecco Kerching Kerching, che racconta delle aspettative degli altri nei nostri confronti. Chiosa che tutte le radio del mondo non lo passano perché è troppo intelligente, condendo il tutto con smorfie di raccapriccio.
Poi mette la cravatta, dopo aver fatto tre quarti di concerto con la camicia madida e aperta sul petto. Poi se la prende con Totò (lo chiama Toto) e chiede se era veramente divertente. La cosa curiosa è che, mentre lo chiede, fa un po’ una faccia alla Totò. Poi battibecca con un tizio del pubblico che continua a ripetere “Asti Asti Asti” e gli dice giustamente che è un gioco di parole che non capisce. Poi attacca Life is a Pigsty, quindi esce.
C’è una luce che…
La band, che ha accompagnato in modo eccellente il live, non smobilita del tutto: c’è un pregevole assolo al piano della tastierista che si allunga finché Moz non torna sul palco con camicia azzurra e attacca Every day is like Sunday, altro pezzo amatissimo che straccia e strappa un po’, completando il ritornello con “Dimmi quando quando quando”, in italiano, per un omaggio non necessario a Tony Renis.
Si va verso il finale: ancora un po’ di Smiths con Shoplifters of the World Unite, con ulteriore tripudio del pubblico che canta alzando le braccia e inneggiando ai taccheggiatori del mondo (a Mario Roggero questo elemento non piace).
Poi c’è tempo e modo per Irish blood, English heart, pezzo di orgoglio nazionale, più o meno, costellato da tentate invasioni di palco, come fossero gli anni Ottanta. Lui stringe mani mentre la sicurezza tenta di arginare, e finisce per regalare la cravatta a uno dei facinorosi. Poi Jack the Ripper, poi ultima pausa.
Quando rientra sul palco prima di tutto presenta la band, lasciando giustamente per ultima Carmen Vanderberg, eccellente chitarrista già nelle Bones UK, presentata come proveniente da “Lucca, Italy” (anche se è nata a Londra e ha sangue olandese nelle vene: non staremo a guardare il capello, però).
E poi ecco There Is a Light That Never Goes Out, inevitabile conclusione della serata, cantata con un filo di scazzo derivante dalle tante, troppe riproposizioni, ma comunque mantenuta a livelli assolutamente dignitosi, fra il delirio del pubblico.
Non siamo mai contenti
Questa notte mi ha aperto gli occhi? No. La verità è, rifletto mentre mi aggiro nella piazza che si sta svuotando, tra le luci gialle dei portici di piazza Alfieri e gli alberi che hanno fatto da generoso riparo per le innumerevoli zanzare che hanno infestato il pre-concerto, che non siamo mai abbastanza contenti di fronte a live del genere.
Avrebbe potuto fare Please Please Please, certo non ha fatto Heaven Knows, si è dimenticato Hand in Glove, avrebbe dovuto fare I Know it’s Over! Ma non è così che funziona. Lo show è di Morrissey e decide lui che cosa fare di una carriera che lo ha visto pubblicare dieci album da solista, dopo la pur clamorosamente rimarchevole avventura con gli Smiths.
E lo decide un po’ per farti dispetto, un po’ per appagarti, un po’ per convincerti a tornare, un po’ perché gli dà fastidio dover tenere conto del tuo parere e in qualche modo deve fartela pagare. Le dive sono così.
Presente quello zio che ti ha passato i primi fumetti porno, che ti ha fatto ascoltare la prima grande musica della tua vita, che ti ha insegnato a fumare e che dice cose sconce e sconsiderate, ma spesso intelligentissime, a ogni cena di famiglia? No? Neanch’io.
E tuttavia Morrissey è questo: non lo puoi contenere, non lo puoi contrastare, puoi fargli perdere certezze e autostima (ne ha pochissima) ma non lo disegnerai mai diverso da com’è. E non gli farai perdere quella luce che non se ne va mai.

