Moscaburro: intervista e recensione

Esistono da molto tempo ma hanno cambiato formazione e qualche caratteristica: i Moscaburro pubblicheranno il 23 novembre il nuovo disco The Minimal Banquet, riempiendolo di sonorità tra folk e rock. Abbiamo rivolto qualche domanda a Simone Gelmini, fondatore, cantante e autore di tutte le canzoni.

Quindici anni di attività ma siete soltanto al secondo disco: potete raccontare com’è andata fin qui?

Diciamo che non sono quindici anni che suoniamo la nostra musica. Io, Arianna (voce) e Michela (voce), abbiamo iniziato facendo cover di brani che amavamo, da Bachelorette di Björk o Water Bearer di Sally Oldfield a Femme Fatale dei Velvet Underground o altri brani di Emiliana Torrini, Jeff Buckley e molti altri, cercando di tradurre tutto in uno stile originale, in una formazione che prevedeva quasi esclusivamente voci, chitarra acustica e arpa.

Abbiamo cominciato circa dieci anni fa ad esibirci con canzoni originali e dopo un paio d’anni è nato il primo disco, pubblicato poi nel 2012, caratterizzato da quelle sonorità acustiche con l’aggiunta degli archi, percussioni e pochi altri elementi. Quasi immediatamente dopo la registrazione di quel disco, Bread-and-butter-flies, abbiamo cominciato a esibirci con una formazione diversa, che comprendeva Michele Baldo alla chitarra elettrica, Michele Conci al basso e Fabio Sforza alla batteria, in sostanza una band più tradizionale, con sonorità più indie rock.

Negli ultimi tre anni ci siamo esibiti pochissimo ma abbiamo lavorato al nuovo disco. La genesi è stata lenta banalmente soltanto per ragioni lavorative, ognuno di noi ha altre attività che esulano dalla musica, in realtà i brani esistevano già, e nei concerti dal vivo avevano acquisito già una fisionomia molto simile a quella del disco. Ci siamo presi tempo però, per scegliere il sound, per trovare un suono che non penalizzasse le voci e quel linguaggio melodico che comunque abbiamo sempre amato.

Vorrei sapere qualcosa riguardo al titolo del disco, alla copertina e all’ispirazione alla base.

The Minimal Banquet è un titolo che è nato da intuizioni diverse. Inizialmente l’idea era di intitolarlo “The Minimal Offering”, un titolo che suonava molto simile a “The Musical Offering” (Das musikalische Opfer, nell’originale tedesco), una raccolta di musiche di Johann Sebastian Bach, con “minimal” si intendeva il linguaggio minimale che caratterizza la struttura delle canzoni, gli arrangiamenti e linee melodiche del disco.

Nel frattempo si pensava anche all’art work, cercavamo qualcosa di divertente e di impatto e ci siamo accorti che l’ “offerta minimale” poteva anche ricordare l’ “offerta eucaristica” che consistendo soltanto di una particola e un calice di vino è per definizione minimale. Così abbiamo deciso con Corinna Canali, che ha creato l’art work, di rifarci in modo un po’ dissacrante alle icone russe e rileggerle in chiave pop, abbiamo preso un’icona di Rublev raffigurante la trinità (in riferimento anche al trio composto da me, Arianna e Michela, che è il cuore storico della band), attorno al banchetto eucaristico e ci abbiamo messo il volto dei tre cantanti e trasformato tutto con colori pop, in particolare l’oro (che comunque richiama quel tipo di icone), e il rosa.

Alla fine abbiamo preferito chiamare il disco “The Minimal Banquet”, che coniugava meglio l’art work e il contenuto musicale, allontanandoci dall’idea iniziale. Personalmente trovo diversi livelli di lettura nell’artwork. Senz’altro siamo partiti dall’intenzione un po’ trashy di fare della pop art con un’iconografia bene o male nota a tutti, ma in un senso più profondo gli occhi disegnati da Corinna sui volti delle figure possono diventare espressione di una visione trascendentale, di una trasformazione personale in individui capaci d’essere lungimiranti, equilibrati, capaci di vedere oltre e saper prescindere da ogni culto, dottrina, o anche solo consuetudine culturale.

Come funziona l’interazione vocale e di scrittura fra voi? Come si decidono gli equilibri interni di una band come la vostra?

In realtà gli equilibri soprattutto per quanto riguarda la genesi di questo album sono stati piuttosto semplici. L’interazione vocale è stata il punto di partenza del nostro progetto, quindi l’alternanza delle tre voci è sempre stata un punto essenziale. Per quanto riguarda la scrittura delle canzoni tendenzialmente è un lavoro mio, e in questo disco tutti i brani sono firmati da me, musica e testi.

Avevo abbozzato alcune idee già da solo ma in fase di prova è stato determinante l’apporto dei musicisti, in particolare di Michele Baldo e delle sue scelte relativamente alla chitarra elettrica e gli effetti, mentre in studio un ruolo fondamentale ha avuto Fabio, che suona con noi la batteria ma che ha anche registrato il disco al No Logo Studio. Il sound è principalmente merito suo, ha saputo dare la veste migliore alle canzoni.

Come nasce “Nocturne”, a mio parere fra i brani più notevoli del disco?

La storia di Nocturne è interessante perché in realtà è una delle prime canzoni che ho scritto, prima che esistessero i Moscaburro, credo che abbia più di quindici anni. L’avevo registrata in casa di un amico, un vero nerd, c’erano un sacco di tracce di chitarre e di violini, ora fatico quasi a ricordare come suonasse.

La rispolverammo coi Moscaburro ad un certo punto, senza crederci troppo, e non credo che l’avessimo mai suonata seriamente dal vivo con questa formazione. L’abbiamo abbozzata in fase di pre-produzione, e credo che più o meno già al primo colpo abbia assunto la fisionomia che ha ora. Così abbiamo capito che doveva finire nel disco, ed in effetti è uno dei brani che amiamo di più.

Tre nomi di band italiane che vi piacciono particolarmente?

Abbiamo tutti gusti piuttosto diversi, difficile dirne tre. A Michela, che è quella di noi più attenta alle novità, ultimamente piacciono molto i Coma_cose. Tutti e tre abbiamo amato molto Carmen Consoli in passato e per quanto mi riguarda tra le cose che mi sono piaciute di più di recente c’è l’ultimo disco di Cristina Donà.

Moscaburro traccia per traccia

MoscaburroTalking Crickets apre il disco in modo piuttosto rumoroso, nel senso che ci sono proprio dei rumori che aumentano sotto il suono della chitarra. Quando arriva il cantato ci si trova di fronte un articolato brano rock, con una certa tridimensionalità complessiva.

Sfaccettata anche Adeline, benché più diretta e con una cospicua linea di basso. Parte da molto lontano invece Nocturne, che è placida come preannunciato dal titolo, basata soprattutto sull’interazione delle voci e capace di raggiungere vertici di intensità notevoli.

The man on the Chairlift si traveste da tango rock, recuperando in termini di determinazione e passione.

Si scava in carne d’ostrica con la chitarra acustica di Oyster Flesh, di nuovo in grado di mostrare armonie vocali qui accoppiate a un climax d’impatto che fa pensare alla produzione indie folk d’Oltreoceano.

Si riprende di nuovo ritmo con Utterly Wrong, molto ritmata e con il drumming particolarmente in evidenza.

Le luci si riabbassano con The Suicide Scarp, di nuovo giocata sulla vocalità femminile e su un passo molto tranquillo, anche fischiettato.

Anche Magical Box parte piano ma poi apre lo scrigno delle magie e dissemina di bollicine la canzone.

Procedimenti folk ma anche archi nella calmissima Gold, con il trucchetto della traccia fantasma (si fa ancora? Evidentemente sì) che arriva con altrettanta calma ma con qualche sottotraccia in più.

Ricco di canzoni e di intensità vibrante, il disco dei Moscaburro è un piccolo scrigno delle meraviglie che si apre e regala manciate di folk adeguato all’oggi, ma anche un po’ senza tempo.

Genere: rock

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